Aggiornato il 13/03/26 at 05:49 pm
di Shorsh Surme –——Quando il prezzo del petrolio aumenta di oltre il 20% in pochi giorni, non si tratta di una semplice fluttuazione di mercato, ma del segnale che il sistema economico globale è entrato in una nuova fase di instabilità. I mercati energetici non sono normali mercati delle materie prime: rappresentano uno dei pilastri della stabilità economica mondiale. Per questo motivo, l’ipotesi che i Paesi del G7 possano rilasciare una parte delle proprie riserve strategiche di petrolio, in coordinamento con l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), non è una notizia tecnica, ma un chiaro indicatore del livello di preoccupazione tra i responsabili delle politiche economiche globali. Si tratta di un tema che i ministri delle Finanze del G7 potrebbero affrontare durante una riunione d’emergenza prevista per lunedì 9 marzo 2026. In quell’occasione verrà valutata la possibilità di un rilascio congiunto di 300–400 milioni di barili dalle riserve strategiche, pari al 25–30% delle riserve complessive, che ammontano a circa 1,2 miliardi di barili, in risposta al forte aumento dei prezzi del petrolio seguito allo scoppio del conflitto nel Golfo. La sola possibilità di un intervento di tale portata indica che le principali economie industrializzate iniziano a considerare l’attuale crisi non come un semplice rialzo temporaneo dei prezzi, ma come un potenziale shock energetico. Le riserve strategiche furono istituite proprio per affrontare crisi di questa natura, capaci di minacciare la stabilità degli approvvigionamenti globali. Non è un caso che nacquero dopo il grande shock petrolifero del 1973, quando l’embargo arabo provocò un’impennata senza precedenti dei prezzi, generando recessione e inflazione nei paesi industrializzati. Quell’evento segnò un punto di svolta nella storia economica mondiale, rivelando per la prima volta come l’energia potesse trasformarsi in uno strumento geopolitico capace di ridefinire gli equilibri internazionali. Oggi, più di mezzo secolo dopo, il mondo sembra trovarsi di fronte alla prospettiva di un ritorno a una situazione simile, seppur in un contesto profondamente diverso. La guerra in corso nel Golfo minaccia non solo gli impianti petroliferi, ma l’intera catena di approvvigionamento globale. Una parte significativa del commercio mondiale di petrolio transita infatti attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei punti di strozzatura marittima più sensibili dell’economia globale. I mercati temono dunque non solo interruzioni della produzione, ma anche problemi nel trasporto marittimo, l’aumento dei costi assicurativi e l’intensificarsi dei rischi geopolitici, fattori che potrebbero ostacolare la consegna del petrolio anche qualora la produzione rimanesse stabile. Il pericolo, tuttavia, va oltre il mercato energetico. La storia economica dimostra che quasi ogni grande ondata inflazionistica degli ultimi decenni è stata innescata da uno shock nei prezzi dell’energia. Il petrolio non alimenta soltanto fabbriche e trasporti: influisce sui prezzi dei prodotti alimentari, delle materie prime e sui costi di produzione e distribuzione in tutta l’economia globale. Per questo motivo, molti economisti temono che ulteriori aumenti possano generare una nuova ondata inflazionistica proprio mentre molte economie non si sono ancora completamente riprese dall’inflazione elevata degli ultimi anni. In tal caso, le banche centrali potrebbero essere costrette a mantenere i tassi d’interesse elevati più a lungo, con il rischio di rallentare ulteriormente la crescita globale. In questo contesto emerge un paradosso significativo: i paesi più colpiti dall’aumento dei prezzi del petrolio non sono i produttori, ma le principali economie industrializzate e le grandi nazioni asiatiche importatrici di energia, come Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Queste economie dipendono fortemente dalle importazioni per sostenere le loro industrie e risultano quindi estremamente vulnerabili a qualsiasi forte rialzo dei prezzi. Per quanto riguarda gli Stati arabi, la crisi presenta un duplice risvolto. Da un lato, l’aumento dei prezzi potrebbe incrementare le entrate dei paesi esportatori del Golfo, rafforzandone la leva economica. Dall’altro, il protrarsi o l’intensificarsi della guerra potrebbe esporre infrastrutture energetiche e rotte marittime a rischi significativi, trascinando l’intera regione nel cuore della crisi economica globale. Cosa accadrebbe se il prezzo del petrolio superasse i 120 dollari al barile? La storia economica mostra che il superamento di questa soglia rappresenta spesso un punto di svolta. Non indica soltanto un aumento del costo dell’energia, ma segnala l’ingresso dell’economia globale in una fase di inflazione elevata e rallentamento della crescita.