Aggiornato il 12/03/26 at 12:59 pm
di Shorsh Surme –——I curdi rappresentano uno dei principali gruppi etnici dell’Iran, con una popolazione stimata tra gli 8 e i 12 milioni su un totale di circa 93 milioni di abitanti. Sono concentrati nelle province di Kermanshah, Kurdistan, Azerbaigian Occidentale e Ilam, lungo i Monti Zagros e nelle regioni nordoccidentali del Paese. Nel corso della storia, sotto diversi regimi, hanno subito persecuzioni politiche, legali e culturali, una condizione che non è mutata dopo il rovesciamento della dinastia Pahlavi e l’istituzione della Repubblica Islamica nel 1979.
Fin dall’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, è emersa l’ipotesi di coinvolgere i gruppi armati curdi iraniani in operazioni mirate a indebolire il regime di Teheran. Non è tuttavia chiaro se questa opzione sia realmente sul tavolo: l’idea oscilla tra l’impiego diretto delle peshmerga curde in azioni di guerriglia e il sostegno a proteste e forme di disobbedienza civile nelle regioni curde. Le dichiarazioni dell’allora presidente statunitense Donald Trump hanno contribuito all’ambiguità, passando da un iniziale incoraggiamento a un successivo rifiuto, motivato dal timore di rendere il conflitto “più complicato di quanto non sia già”.
A prescindere dalle intenzioni di Washington, le forze politiche e le fazioni curde iraniane guardano con estrema cautela a un eventuale coinvolgimento nella guerra. Le riserve derivano da fattori interni, regionali e internazionali, oltre che da precedenti storici che mettono in dubbio l’affidabilità degli Stati Uniti nel mantenere le promesse fatte ai curdi. Le discrepanze tra i Trattati di Sèvres (1920) e di Losanna (1923), così come l’abbandono delle Forze Democratiche Siriane (SDF) da parte dell’amministrazione statunitense in Siria, restano esempi emblematici del ripetuto disimpegno occidentale.
Sul fronte interno iraniano, i curdi non sono l’unico gruppo etnico che potrebbe rivendicare la partecipazione al conflitto in nome dei propri diritti civili, politici e culturali. Il Paese è segnato da profonde fratture: la popolazione persiana costituisce circa il 51%, quella azera il 24%, mentre altre minoranze, tra cui beluci e arabi, alimentano ulteriori tensioni. Anche la stessa comunità curda è divisa tra sciiti e sunniti, una distinzione che influisce sulle lealtà verso il governo centrale. L’insieme di queste dinamiche rende la questione etnica in Iran una vera e propria bomba a orologeria, la cui esplosione avrebbe conseguenze difficili da controllare o contenere.
A livello regionale e internazionale, la questione curda non riguarda solo l’Iran, ma coinvolge anche Iraq, Siria, Turchia e altre aree del Medio Oriente. Un eventuale coinvolgimento dei curdi iraniani in una guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran provocherebbe inevitabilmente reazioni negative e potrebbe scatenare una repressione ancora più dura da parte della Guardia Rivoluzionaria nelle regioni curde.
Nel frattempo, i curdi continuano a essere bersaglio dell’Iran pur non avendo intrapreso alcuna azione contro il regime e senza essere parte diretta del conflitto.
Nelle ultime 24 ore, quaranta droni e missili sono stati lanciati contro la Regione del Kurdistan iracheno (KRG). L’attacco più recente è avvenuto questa mattina a Sulaimani, dove un bambino è rimasto ferito.
I diciotto droni diretti contro il consolato statunitense e le forze della coalizione presso l’aeroporto di Erbil sono stati intercettati e distrutti dai sistemi di difesa. I resti dei velivoli sono caduti nella Sala Saad Abdullah, nei pressi dell’aeroporto, e nei villaggi di Kani Qarzala, Bahrka e Kori. A Sulaimani, invece, i droni hanno colpito due volte il perimetro del Secondo Comando Regionale Peshmerga e il quartiere centrale di Qalawa, causando il ferimento di un bambino.