Forza militare e ragione politica: meccanismi di neutralizzazione nel contesto mediorientale

Aggiornato il 05/02/26 at 01:37 pm

di Husamettin TURAN——–L’anno 1920 rappresenta una soglia critica in cui un centro politico ancora non istituzionalizzato in Anatolia si trovò a confrontarsi con poli di potere militare di fatto. Çerkez Ethem, grazie alla forza armata di cui disponeva e alla sua elevata capacità di manovra, divenne un serio fattore di pressione su Ankara. La domanda rivolta da İsmet Paşa a Mustafa Kemal – «È possibile costituire un nostro esercito mentre esiste l’esercito di Ethem?» – riflette una lettura superficiale e di breve periodo dell’equilibrio di potere. La risposta di Mustafa Kemal, invece, richiama il carattere di lungo periodo della ragione politica: le armi sono transitorie; è la ragione politica a determinare al servizio di chi esse entreranno.
In breve tempo, infatti, Çerkez Ethem fu prima isolato politicamente dall’autorità centrale, poi spinto fuori dall’area della legittimità e infine eliminato. La trasformazione da “eroe” a “traditore” non fu il risultato di una sconfitta militare, bensì della perdita della partita politica. Questo esempio storico, se letto insieme alla realtà politica contemporanea del Medio Oriente, offre un quadro analitico più ampio. Nella politica regionale non è determinante soltanto la capacità armata, ma il modo in cui tale capacità viene collocata da una determinata ragione politica all’interno degli equilibri regionali e internazionali. Il Medio Oriente è uno spazio di scacchi politici in cui non domina l’arma, bensì la strategia; in cui le mosse trovano il loro esito non sul campo di battaglia, ma al tavolo negoziale.
Il teatro siriano è uno degli esempi più evidenti di questa dinamica. Gli attori non si limitano a compiere mosse militari: guadagnano tempo, producono legittimità, isolano gli avversari e attendono il momento opportuno. Il processo di accordo del 10 marzo 2025, che ha portato Abdi e Şara a sedersi allo stesso tavolo, dimostra come la realtà militare sul campo sia stata trasposta in una cornice diplomatica e politica. In questa partita, ciò che conta non è chi possiede più armi, ma chi stabilisce le regole del gioco. Alla fine del processo, lo spazio di manovra politica di Abdi si è ristretto, la sua capacità di agire è stata di fatto annullata ed egli si è trovato in una situazione di “scacco matto”. Questo esito non è il frutto di un improvviso collasso militare, bensì il risultato di un accerchiamento politico costruito passo dopo passo nel tempo. Quando la presenza militare non è sostenuta da volontà politica e intelligenza strategica, l’eliminazione diventa inevitabile.
La posizione di Şara, invece, rappresenta una diversa temporalità. La sua strategia non è orientata a una vittoria rapida e definitiva, ma a restare in attesa finché sul campo non si formeranno nuovi centri di opposizione araba, a ridisporre i propri pezzi e a cogliere il momento più favorevole. Ciò dimostra che nella politica mediorientale gli attori tendono a privilegiare la capacità di “restare nel gioco” prima ancora del guadagno finale.
Il quadro che emerge è chiaro: le armi, da sole, non producono potere. È la ragione politica, insieme al quadro strategico entro cui essa opera, a determinare il destino delle armi. Come negli scacchi, a vincere non è chi possiede più pezzi, ma chi stabilisce l’ordine delle mosse, la direzione del gioco e le regole del tavolo. Questa continuità storico‑politica, che va da Çerkez Ethem al teatro siriano, mostra con chiarezza che l’eliminazione avviene prima sul piano mentale e strategico che su quello militare.