Kobane, bambini muoiono assiderati mentre il mondo tace

Aggiornato il 24/01/26 at 12:07 pm

di Nurgül Çokgezici——Mentre l’attenzione internazionale si concentra altrove, ad Aleppo, a Rojava e nel Kurdistan siriano si continua a morire. A pagare il prezzo più alto sono, ancora una volta, i bambini.
Questa mattina, dal nord della Siria, sono arrivate notizie drammatiche: quattro bambini di Kobane hanno perso la vita a causa del freddo intenso, morti assiderati in una città sottoposta a un assedio che dura da settimane. Bambini molto piccoli, privati di ogni forma di protezione, mentre il mondo resta in silenzio.
La notizia è stata confermata da Hevia Abdullah, co-presidente della Mezzaluna Rossa Curda, che ha denunciato le conseguenze dirette dell’assedio in corso su Kobane. Secondo la Mezzaluna Rossa, la città continua a essere colpita da attacchi condotti dall’ETS (Esercito Turco Siriano, milizie armate alleate e sostenute dalla Turchia), dall’ISIS (organizzazione jihadista responsabile di crimini contro l’umanità) e da altre forze paramilitari sostenute da Ankara.
La situazione umanitaria è al collasso. A Kobane manca tutto:
non c’è elettricità,
non c’è acqua potabile,
non c’è pane né cibo,
non ci sono medicine né forniture sanitarie.
Tutte le strade che collegano la città al mondo esterno sono state chiuse. Le linee elettriche e idriche sono interrotte, così come l’accesso agli aiuti umanitari. A rendere la situazione ancora più grave sono le forti nevicate e le temperature rigide, che aggravano condizioni di vita già estremamente precarie.
I bambini sono i primi a subirne le conseguenze.
Non hanno riscaldamento.
Non hanno cure.
Non hanno scampo.
È necessario ribadirlo con chiarezza: parlare di ciò che sta accadendo ai curdi non significa togliere attenzione ad altri popoli. L’Iran, la Palestina, Gaza sono stati – giustamente – al centro del dibattito pubblico per mesi e anni, e continueranno a esserlo. Ma oggi esiste un’altra tragedia ignorata, che si consuma lontano dai riflettori.
Si muore anche a Kobane.
E troppo spesso, nessuno lo racconta.
Per questo è urgente rompere il silenzio.
Dire qualcosa non è una presa di posizione ideologica:
è un atto di umanità.