Aggiornato il 14/01/26 at 01:48 pm
di Mohsen Hamzehian ——La chiusura delle comunicazioni telefoniche, dei social, della radio e televisione, non è per la sicurezza del regime come esso stesso afferma. Deve, al contrario, ridurre al minimo la comunicazione con il mondo affinché sia il meno visibile possibile quanto stia assassinando i suoi stessi cittadini.
Lo sta facendo senza che alcuno ne stia rallentando l’azione: né l’ONU nè i governi del mondo. Si parla già di 2000 morti, ma circolano cifre di 12.000 uccisi. Migliaia sono gli arresti. Costanti le intimidazioni verso le le famiglie perché non facciano uscire i loro figli da casa.
Il popolo non vuole questo regime, ci sono molti colori politici nella protesta e il movimento sa che sono quelli che lavorano all’ interno delle manifestazioni. Perciò l’Iran è sull’orlo di un cambiamento irreversibile. La popolazione in tutto l’ Iran si trova d’accordo per abbattere il regime sanguinario. Attualmente sono due i tronconi presenti nelle manifestazioni:
1. La popolazione, in oltre 150 città e oltre 600 centri minori , grida bisharaf ( cioè: senza coscienza, disonesto, maleducato, senza onore) e grida che la libertà non viene dall’esterno e la via per la salvezza è l’autorganizzazione del popolo e la creazione dei consigli per la creazione di un governo democratico. Il popolo del Kurdistan è in prima linea nel movimento e ha dimostrato di possedere una vera solidarietà e organizzazione.
2. Ci sono poi i seguaci del figlio dello scià, che rappresentano una porzione minoritaria e si comportano come se tutti fossero suoi sudditi. All’estero aggrediscono i manifestanti democratici, usando un lessico non politico, chiedendo ai loro amici Netanyahu e Trump, i veri genocidari, di intervenire per liberare Iran.
Le due posizioni pongono due differenti domande:
1) è in grado il movimento, da solo, a produrre un cambiamento radicale del sistema di governo dell’Iran? Le forze repressive, Pasdaran e Basij, sono battibili in piazza o, quantomeno, possono convincersi che il vecchio regime non è più in grado di garantire il funzionamento del paese? Qui bisogna riconoscere che la forza armata del regime è superiore a quella delle piazze e che un cambiamento di rotta potrebbe essere possibile solo se ai miliziani apparisse sproporzionata la necessità di violenza a causa della vastità e persistenza delle lotte. Avere contro un paese pone dei limiti di gestibilità successiva e questo potrebbe indurre ad un diverso posizionamento delle milizie.
2) un eventuale intervento americano da solo o supportato da Israele, potrebbe davvero far crollare il regime e porre le basi per una transizione politica accettata dalla maggioranza della popolazione? Per provare a comprendere la dinamica di questa possibilità bisogna riflettere sulla storia dell’Iran dal 1953. E’ l’intervento anglo-americano contro Dr. Mossadeq, che tenta di nazionalizzare il petrolio iraniano, la causa di un cambiamento nella storia del paese. L’Iran viene messo su altri binari: lo scià Pahlavi, garantito da anglo-americani, prova a trasformare spietatamente il paese, producendo quell’insurrezione che nel 1979 lo farà cadere. Da cui riparte, prima faticosamente, l’ascesa di una casta religiosa, rafforzatasi anche grazie alla guerra che l’Iraq scatena nel 1980, convinto che sia un momento di debolezza dell’Iran. La storia moderna di un grande paese è una successione di pressioni dall’esterno, monarchia spietata, regime teocratico, rivolte da mezzo secolo. L’Iran potrebbe accettare che il paese venga sconvolto da forze che ne hanno già influenzato la storia? Potrebbe credere, anche con l’esperienza vicina dell’Iraq e dell’Afghanistan, che questa volta l’America potrebbe portare salvezza? O, invece, come mostra l’intervento in Venezuela, si tratta della solita appropriazione delle risorse di un paese, lasciando che s’attorcigli tra violenza e disordine?