I Curdi: La storia si ripete

Aggiornato il 11/01/26 at 10:53 am

di Shorsh Surme ——–In Medio Oriente, la storia non si presenta come una memoria condivisa, ma come uno schema predeterminato e ricorrente. Qui le mappe non vengono tracciate in risposta alla volontà dei popoli, bensì imposte in base agli equilibri di potere. I confini non cambiano perché i tempi evolvono, ma perché un momento internazionale stabilisce che sia giunto il momento. Per oltre un secolo, la regione ha vissuto all’interno di mappe provvisorie, scritte con inchiostro politico più che con sangue sociale, eppure la sua gente ne ha pagato il prezzo in termini di vite, stabilità e identità.
Con la fine della Prima Guerra Mondiale, l’Impero Ottomano crollò, ma ciò che realmente venne meno non fu soltanto un sistema di governo: si sgretolò un equilibrio di civiltà durato secoli. L’accordo Sykes Picot del 1916 non divise solo il territorio, ma anche l’idea stessa di un Medio Oriente unificato e interconnesso. Poi arrivò la Conferenza di Sanremo del 1920, che trasformò quella divisione clandestina in legittimità internazionale, culminando in trattati che ritagliarono stati moderni sulle rovine di società antiche, senza considerare strutture sociali, religiose o nazionali.
In Turchia, la pagina della diversità fu voltata con la forza. Il Trattato di Losanna del 1923 non solo negò qualsiasi riconoscimento ai curdi, ma istituì anche uno stato nazione rigido che trattava la questione curda e altre minoranze come minacce esistenziali. Dalla ribellione dello sceicco Said del 1925 alla rivolta di Dersim del 1937, fino al conflitto degli ultimi decenni, i curdi sono rimasti intrappolati in una mappa che non li contempla.
In Iran, la situazione non era migliore. Lo stato centralizzato, fin dal regno di Reza Shah, cercò di assimilare tutte le etnie in un’unica identità. Azeri, arabi Ahwazi, beluci e curdi vivevano sotto l’equazione della sicurezza in cambio della negazione. In ogni crisi interna o esterna, queste comunità venivano trattate come questioni di sicurezza, non come portatrici di diritti.
In Iraq, lo stato nato nel 1921 fu fragile fin dall’inizio. Le rivolte del 1920, i colpi di stato militari e le guerre successive mostrarono che la mappa irachena non poggiava su un autentico contratto sociale. Curdi al nord, sciiti al sud e sunniti al centro convivevano nello stesso stato, ma senza un reale senso di appartenenza condivisa. Dopo il 2003, la mappa non fu ridisegnata formalmente, ma si disintegrò di fatto: i confini interni divennero linee di faglia politiche e di sicurezza.
Siria e Libano rappresentano un altro esempio di fallimento strutturale. In Siria, lo stato del Mandato francese nacque con contraddizioni profonde, e il baathismo impose poi un’unità forzata. Quando la situazione esplose nel 2011, non crollò solo lo Stato: la mappa venne ridisegnata, il Paese si frammentò in sfere di influenza e si tornò a parlare di spartizione come se fosse una soluzione tecnica, non una tragedia storica. I curdi del nord si ritrovarono ancora una volta sospesi tra un riconoscimento temporaneo e una negazione rinviata.
Il Libano, concepito su base settaria fin dal 1920, rimase ostaggio di un equilibrio di potere esterno permanente. Ogni cambiamento regionale si rifletteva direttamente sulla sua struttura: dalla guerra civile del 1975 alla tutela siriana, fino all’attuale collasso. Le dimensioni del Paese rimasero immutate, ma il suo significato statuale si svuotò.
La Palestina fu la ferita più evidente e dolorosa. Il piano di spartizione del 1947, seguito dalla fondazione di Israele nel 1948, rappresentò una riprogettazione della mappa con la forza. Qui una nazione non fu solo frammentata, ma sradicata. Ancora oggi, la Palestina resta l’esempio più lampante di come le mappe imposte non generino pace, ma un conflitto perpetuo.
In Nord Africa, lo schema non fu diverso. Il Sudan, aggregato dal colonialismo come un’entità vasta ma priva di coesione interna, si concluse con la secessione del Sud nel 2011, per poi sprofondare in una nuova guerra. La Libia, dopo la caduta di Gheddafi, non è stata divisa ufficialmente, ma è di fatto frammentata tra autorità rivali. Lo Yemen è sull’orlo della disintegrazione da anni, alimentato da divisioni politiche, settarie e geografiche.
Poi arrivarono le moderne ondate di cambiamento. I colpi di stato militari degli anni ’50 e ’60 furono i primi tentativi di riprogettare lo Stato dall’interno. Le guerre regionali riaprirono il dibattito sui confini. Infine, la Primavera Araba del 2011 non rappresentò una rottura con il passato, ma un’estensione di esso. Le rivoluzioni fallirono perché le mappe esistenti si dimostrarono più forti degli slogan e perché l’ordine regionale non era disposto a riconoscere la volontà popolare.
Qui la storia non si ripete perché i popoli non abbiano imparato, ma perché il potere decisionale è sempre rimasto fuori dal loro controllo. Finché il Medio Oriente sarà gestito come un’arena di influenza e non come uno spazio per la sua gente, le sue mappe resteranno temporanee, fragili e destinate a essere ridisegnate ogni volta che l’equilibrio di potere cambierà.
Il problema non risiede nella molteplicità delle nazioni o nella diversità delle identità, ma nella loro negazione. Il Medio Oriente non ha bisogno di ulteriori divisioni né di un’unità forzata, ma di riconoscimento reciproco, giustizia politica e un autentico contratto sociale. Senza questi elementi, la storia continuerà a ripetersi e le mappe continueranno a essere disegnate altrove, in stanze che non riflettono la gente di questa terra.