Cosa sarà dell’Iran?

Aggiornato il 13/01/26 at 12:10 pm

di shorsh surme ——–L’Iran entrerà in una fase politica critica all’inizio del 2026, una delle più delicate dalla fondazione della Repubblica Islamica nel 1979, caratterizzata da sfide interne e da crescenti pressioni regionali e internazionali. L’ondata di proteste scoppiata a fine dicembre 2025 riflette un accumulo di tensioni nei rapporti tra lo Stato e ampi segmenti della società, in un contesto segnato da complesse questioni economiche e sociali e da tangibili cambiamenti nel sentimento pubblico.
Queste proteste non possono essere interpretate semplicemente come una prosecuzione delle tradizionali richieste di migliori condizioni di vita o di maggiori opportunità economiche. La loro natura e composizione indicano trasformazioni più profonde nei modelli di espressione politica e sociale. L’ondata è stata caratterizzata da una diversità senza precedenti di partecipanti, inclusi gruppi economici tradizionali come i commercianti dei bazar, insieme a una nuova generazione di giovani le cui priorità e visioni politiche differiscono da quelle delle generazioni precedenti. Anche la portata geografica delle proteste si è ampliata fino a includere diverse regioni, comprese aree periferiche e di confine, complicando ulteriormente la situazione.
Questi sviluppi interni coincidono con un contesto regionale e internazionale turbolento, segnato da crescenti tensioni nella regione, in particolare alla luce delle discussioni su un potenziale scontro con Israele, unite a una posizione più dura degli Stati Uniti nei confronti di Teheran dopo la rielezione del presidente Donald Trump. Questa convergenza di fattori pone i decisori iraniani di fronte a sfide complesse che richiedono una gestione equilibrata della politica interna ed estera, entro un margine di manovra sempre più ristretto.
In questo quadro, l’articolo si propone di analizzare le dinamiche delle attuali proteste in Iran, evidenziandone le differenze rispetto alle precedenti ondate e valutando gli approcci dello Stato per affrontarle, sia sul piano politico sia su quello istituzionale. L’analisi mira inoltre a delineare i possibili scenari futuri per la politica e la governance del Paese, considerando le dinamiche di potere interne, l’influenza dei fattori esterni e le difficoltà legate all’assenza di alternative politiche in grado di generare un ampio consenso nazionale. L’articolo parte dal presupposto che l’Iran stia attraversando una fase di transizione complessa, in cui il mantenimento della stabilità rimane possibile, sebbene a un costo politico ed economico crescente e in funzione della capacità del regime di adattarsi ai rapidi cambiamenti interni ed esterni.
Analisi della situazione attuale
L’ondata di proteste popolari in Iran è iniziata il 28 dicembre 2025 con uno sciopero dei commercianti del bazar di Teheran. Questo sviluppo significativo rifletteva la gravità delle sfide economiche che il Paese stava affrontando, in particolare il forte calo del tasso di cambio della valuta e il conseguente impatto sul potere d’acquisto dei cittadini. Le proteste si sono rapidamente diffuse, coinvolgendo almeno 27 delle 31 province, tra cui il Kurdistan nord occidentale, ed estendendosi a oltre 100 città, inclusa la capitale Teheran. Dal 7 gennaio si è registrata una graduale escalation nel ritmo e nella portata delle manifestazioni, sia nelle grandi città sia nelle aree periferiche, a conferma della loro dimensione nazionale.
Con l’ampliarsi della partecipazione, le richieste hanno subito un’evoluzione, passando da rivendicazioni economiche e di riforma a questioni politiche più ampie riguardanti la gestione pubblica e il futuro del sistema politico. Questi movimenti rappresentano tra le proteste più diffuse dopo quelle seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022, pur non raggiungendo la portata o lo slancio di alcune mobilitazioni precedenti, come quelle successive alle elezioni presidenziali del 2009 o le proteste del 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante.
L’importanza di questa ondata non risiede nel confronto numerico con quelle precedenti, ma nella sua ampiezza geografica e nella sua coincidenza con complesse sfide economiche e politiche, oltre che con le limitate opzioni disponibili per affrontare la crisi nel breve periodo. In questo contesto, il presidente Masoud Pezeshkian ha sottolineato la difficoltà di trovare soluzioni rapide, riflettendo l’entità delle sfide che il governo deve affrontare.
Dall’inizio di gennaio, alcune regioni — in particolare quelle a bassa densità di popolazione — hanno registrato un aumento delle tensioni, manifestatesi in scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, scioperi e interruzioni del lavoro in diversi settori. Alcune città hanno subito atti di vandalismo contro strutture pubbliche, e alcuni gruppi hanno adottato forme di protesta più aggressive. In questo contesto, diverse organizzazioni politiche curde, tra cui il Partito Democratico del Kurdistan dell’Iran (KDPI) e il Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK), hanno indetto uno sciopero generale per l’8 gennaio per esprimere la propria posizione sull’evolversi della situazione. Nel frattempo, i media ufficiali, tra cui l’agenzia Fars, hanno osservato che alcuni disordini nelle province occidentali sono apparsi più organizzati e, in alcuni casi, si sono discostati dalle tradizionali tattiche di protesta.
Perché queste proteste sono diverse dalle precedenti?
Le proteste attuali differiscono in modo significativo da quelle del 2009, 2019 e 2022, poiché sembrano essere il risultato di una convergenza di fattori economici, politici e sociali che hanno interagito simultaneamente. Non esprimono soltanto pressioni economiche immediate, ma riflettono l’intreccio tra sfide strutturali e richieste politiche più ampie, conferendo loro un peso particolare in termini di potenziali implicazioni per la stabilità interna.
Una delle differenze più rilevanti riguarda il punto di partenza: i mercanti dei bazar hanno svolto un ruolo centrale nella fase iniziale. Storicamente, il bazar è stato un attore importante nella vita economica e sociale dell’Iran, spesso associato a posizioni conservatrici nella sfera pubblica. Tuttavia, i recenti sviluppi economici e le pressioni sulle attività commerciali hanno spinto questo gruppo a esprimere il proprio malcontento attraverso la protesta, rivalutando i costi del mantenimento dello status quo rispetto ad altre possibili opzioni.
Possibili scenari per la situazione iraniana

Data la complessità del panorama interno iraniano e l’interazione di fattori economici, politici e di sicurezza con le pressioni regionali e internazionali, esistono diversi possibili percorsi di sviluppo nel prossimo periodo. In questo contesto, i principali scenari possono essere riassunti come segue:
Primo: Cambio di regime (improbabile)
Questo scenario presuppone che le attuali proteste porteranno a un cambiamento nella struttura del regime attuale, guidato dall’espansione e dall’escalation delle manifestazioni, insieme al riconoscimento pubblico da parte del presidente Masoud Pezeshkian dell’incapacità del governo di fornire soluzioni alla crisi economica e sociale. Questa ondata di proteste, sia in termini di tempistica che di gravità, rappresenta la sfida popolare più significativa che il regime abbia dovuto affrontare dalla guerra dei dodici giorni del giugno 2015, che ne ha indebolito le capacità e inflitto danni considerevoli. Si tratta anche del più grande sciopero dai tempi delle proteste di Mahsa Amini del 2022. Questa probabilità aumenta se lo sciopero dei bazar, che rappresenta l’ancora di salvezza finanziaria della vita quotidiana, persiste per un periodo prolungato, spingendo potenzialmente il Paese verso un punto di non ritorno.
Questo scenario è rafforzato dall’alleanza senza precedenti forgiata dalle proteste, che unisce l’attivismo sul campo della Generazione Z, il peso economico dei commercianti dei bazar e la pressione militare e diplomatica esterna, in particolare da parte di Stati Uniti e Israele. L’ampliamento della base sociale dei manifestanti e la fusione di gruppi storicamente disparati in un unico fronte indicano un indebolimento del contratto sociale e limitano la capacità del regime di contenere le proteste attraverso teorie del complotto o tentativi di seminare discordia tra i diversi gruppi. Inoltre, le richieste sono aumentate drasticamente, con slogan che ora prendono di mira la struttura stessa del regime, in un momento in cui l’opinione pubblica non distingue più tra fazioni conservatrici e riformiste all’interno del governo.
Tuttavia, questo scenario rimane improbabile, data l’assenza di un’alternativa politica praticabile e organizzata che goda del consenso interno, nonché della continua coesione delle principali istituzioni militari e di sicurezza. Inoltre, la possibilità di reti di sostegno straniero tra i manifestanti – sebbene presente nel discorso ufficiale e in alcune valutazioni di intelligence – non si è ancora tradotta in dinamiche in grado di modificare in modo decisivo gli equilibri di potere. Pertanto, nonostante la gravità degli indicatori attuali, le proteste non sembrano in grado di determinare un cambiamento radicale nel regime.
Secondo: il regime rimane in uno stato di debolezza strutturale (lo scenario più probabile)
Questo scenario presuppone che il regime riesca a mantenere la propria esistenza, facendo affidamento sulla sua lunga esperienza nella gestione di crisi e pressioni interne ed esterne, e sulla sua capacità di utilizzare i suoi vari strumenti per prevenire un rapido collasso, senza essere in grado di ripristinare la stabilità o affrontare le cause profonde della crisi. Questa possibilità è rafforzata dall’assenza di una chiara alternativa politica, insieme all’incapacità delle élite al potere di presentare una visione globale per liberare il Paese dalle crisi economiche e sociali accumulate.
In questo scenario, è probabile che le proteste continuino nel breve e medio termine a un ritmo altalenante, oscillando tra l’escalation e il contenimento, senza rappresentare una minaccia esistenziale diretta per il regime. Tuttavia, l’accumularsi delle crisi economiche, la diminuzione delle risorse e le crescenti pressioni esterne potrebbero costringere Teheran a compiere scelte difficili, ricorrendo a riforme limitate e localizzate per placare l’opinione pubblica, oppure avviando nuovi percorsi negoziali per alleviare la pressione internazionale. Questo scenario acquista ulteriore credibilità alla luce del riconoscimento da parte del Presidente Pezeshkian della responsabilità del governo per la situazione economica e del suo appello ad astenersi dall’incolpare parti esterne per la crisi, a dimostrazione della consapevolezza ufficiale della profondità del malcontento pubblico.
Questa traiettoria perpetua uno stato di instabilità persistente, poiché il regime possiede la capacità di prevenire il collasso, ma non dispone degli strumenti economici e della legittimità politica necessari per imporre la stabilità. In questo contesto, l’establishment religioso sembra trovarsi ad affrontare sfide concrete nell’affrontare una crisi multiforme che colpisce il cuore della Repubblica Islamica, in particolare dopo quasi cinquant’anni dalla rivoluzione, dato il crescente divario tra le priorità di governo e le aspirazioni di una popolazione giovane che costituisce quasi la metà della popolazione totale. Stime di ex esponenti del movimento riformista indicano che i pilastri ideologici fondamentali del regime, dalle politiche sociali agli orientamenti di politica estera, non trovano più ampio riscontro tra le giovani generazioni, ponendo la leadership, e in particolare la Guida Suprema Ali Khamenei, di fronte a un’equazione estremamente complessa. [5]
Terzo: Intervento esterno e cambio di regime con la forza (bassa probabilità)

Questo scenario presuppone che le pressioni esterne si intensificheranno dalle minacce politiche all’intervento diretto, sia con il pretesto di proteggere i manifestanti, sia nel quadro di un più ampio confronto con l’Iran. Questa possibilità è stata alimentata dalle ripetute dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla possibilità di un intervento militare, insieme alle notizie di un via libera degli Stati Uniti a Israele per effettuare potenziali attacchi durante la visita del Primo Ministro israeliano a Washington il 29 dicembre. Secondo questa logica, il successo dell’operazione statunitense in Venezuela potrebbe anche incoraggiare l’amministrazione statunitense a replicare un modello simile in Iran.
Tuttavia, gli indicatori pratici non supportano ancora questo scenario. Nonostante l’escalation retorica, non si sono registrati cambiamenti significativi nel dispiegamento delle forze statunitensi nella regione, né sono state intraprese misure dirette che indichino la disponibilità a un intervento su larga scala. Sembra che le minacce statunitensi siano principalmente volte a inviare un messaggio di deterrenza fortemente formulato a Teheran e a esercitare pressioni nel contesto della gestione della crisi interna, piuttosto che a esprimere una reale intenzione di cambiare il regime con la forza, soprattutto considerando i rischi regionali associati a tale opzione.
In questo contesto, un’escalation controllata e limitata tra Israele e Iran rimane lo scenario più probabile sulla scena internazionale, in cui Israele potrebbe ricorrere a operazioni militari relativamente più ampie contro siti iraniani o alleati di Teheran, in particolare sul fronte libanese, con l’obiettivo di indebolire le capacità militari senza scivolare in una guerra vera e propria.