Aggiornato il 09/01/26 at 04:13 pm
di Mohsen Hamzehian ——di Come riporta ampiamente la stampa, nelle piazze dell’Iran continuano, da oltre dieci giorni, manifestazioni molto ampie contro il regime degli ayatollah. I numeri che circolano aiutano a comprendere l’ampiezza delle proteste: oltre cento città con sommovimenti, almeno oltre 40 morti e un migliaio di feriti, i prigionieri sono molte centinaia di persone, anche se il numero è imprecisato.
Bisogna riconoscere che il popolo iraniano manifesta una forza non comune: ha tentato di liberarsi dal controllo anglo-americano sulle sue risorse petrolifere sin dal 1953; nel 1979 dal regime dello scià Pahlavi che stava modernizzando crudelmente il paese; ripetutamente mette in discussione il potere dell’oligarchia religiosa che controlla l’Iran proprio dalla caduta dello scià.
Quasi mezzo secolo di spinte per essere all’altezza di una grande nazione, con grandi risorse potenziali, con un’ampia popolazione giovane. Lo sforzo per togliersi dalle spalle il peso schiacciante di un regime che guarda al passato sul piano dei valori e della politica ma che nell’oggi guarda solamente agli interessi della casta religiosa.
Forze riformiste, all’interno del regime, quali quelle attorno a Khatami e Mussavi, hanno cercato di assorbire i costanti flussi di ribellione, tentando un compromesso tra la piazza e i piani alti del regime. Ma non ha funzionato e non c’è in ballo alcuna prospettiva riformista. Rimane il regime con le sue forze repressive, come i Pasdran, Basiji e Guds e sull’altro fronte insegnanti, operai, scrittori, giornalisti, intellettuali e miglia di prigionieri politici. Anche la borghesia del bazar, anche la popolazione delle campagne come abbiamo detto in un precedente articolo. Forte l’opposizione in Kurdistan e Belucistan, popolazioni di fede sunnita, sempre oppositrici del regime.
Il regime degli ayatollah è politicamente più debole di due anni fa, al tempo delle lotte di “donna-vita-libertà”. Lo è per la crescente crisi economica, per gli esiti del conflitto con Israele e per le pressioni degli USA. Anche per l’incertezza che stanno vivendo storici alleati come la Russia e la Cina.
Non è strano, quindi che dentro a questi sussulti di un intero paese, dove non si vedono prospettive chiare, ci sia chi auspica che l’America faccia crollare il regime dall’esterno e chi lavora per il ritorno della monarchia, come prima della rivoluzione del 1979.
La maggior parte del popolo in piazza, questo è il punto di partenza chiaro, non sopporta più il regime della repubblica islamica: nelle città non sono pochi i danneggiamenti ai simboli del potere e alla simbologia religiosa. In certe piazze si è bruciata anche la bandiera nazionale.
Cosa accadrà?
Il regime potrebbe superare anche questo snodo, ma solo nel sangue. Non ha altre cartucce. Il popolo iraniano, al contrario, ha la speranza di un futuro non peggiore dell’incubo che vuole lasciarsi alle spalle. A questa speranza va tutta la nostra solidarietà.