Terrore con cui si convive, terrore da cui si viene colpiti

Aggiornato il 30/12/25 at 10:23 am

di Husamettin TURAN——–Il detto «Non prendere l’ingiustizia dell’oppresso alla leggera, perché il suo effetto arriva lentamente ma inesorabilmente» riassume una verità storica riguardo ai gruppi armati sostenuti dagli Stati in Medio Oriente per interessi di breve periodo. La politica siriana seguita dalla Turchia negli ultimi quindici anni e le relazioni aperte e occulte instaurate, in questo contesto, con organizzazioni armate islamiste costituiscono uno degli esempi più attuali e lampanti di tale verità. Nel corso della guerra civile siriana iniziata nel 2011, la Turchia ha di fatto reso incontrollate le proprie frontiere, sostenendo logisticamente e politicamente strutture jihadiste di diversa matrice ideologica; una parte significativa di queste è stata utilizzata come strumento per smantellare le conquiste dei Curdi del Rojava.
In questo periodo, la linea di confine turca non è stata solo una via di passaggio per i miliziani, ma anche per il trasferimento di armi, munizioni, risorse finanziarie e forza umana. L’argomento secondo cui gli apparati di sicurezza e d’intelligence dello Stato sarebbero stati ignari di tali processi risulta poco credibile, se si considera sia la capacità istituzionale sia le operazioni condotte successivamente. Al contrario, appare evidente che queste strutture fossero note, monitorate e tollerate secondo una logica del “potrebbero servire quando necessario”. Le organizzazioni islamiste, col tempo, hanno creato cellule operative all’interno della Turchia, si sono infiltrate nel tessuto sociale attraverso associazioni semi-legali e hanno trovato possibilità di organizzazione grazie al consenso esplicito o implicito dello Stato.
Il costo di questa scelta politica è stato elevato. Le stragi di Reyhanlı, Suruç e Ankara Gar hanno dimostrato che tali strutture non erano soltanto strumenti di politica estera, ma attori che minacciavano direttamente la sicurezza interna. La cattura e l’uccisione in diretta di due soldati turchi ha rappresentato una delle prove più evidenti del fatto che queste organizzazioni non fossero controllabili e che la loro motivazione ideologica non potesse essere guidata dalla ragion di Stato. Nonostante ciò, la Turchia per lungo tempo non ha condotto una lotta coerente e determinata contro di esse, proseguendo in una politica di silenzio e sostegno implicito.
Dopo il 2024, l’ingresso della Turchia in una fase di ricerca di intese con attori globali come Stati Uniti, Regno Unito e Francia nella lotta contro il terrorismo dell’ISIS rappresenta una rottura forzata rispetto alle politiche precedenti. Tuttavia, le operazioni attualmente condotte mostrano che queste strutture sono ormai diventate una minaccia diretta anche per lo Stato e sono uscite da qualsiasi area di controllo. In altre parole, i gruppi armati islamisti alimentati e utilizzati per anni si sono trasformati questa volta in una crisi di sicurezza distruttiva per i loro stessi patrocinatori.
In questo quadro, appare evidente che i contatti con il PKK, presentati all’opinione pubblica sotto lo slogan di una “Turchia senza terrorismo”, non si limitano a una mera ricerca di pace interna. Uno degli obiettivi strategici fondamentali di questo processo è indebolire lo status politico e militare acquisito dai Curdi in Siria, lasciare il Rojava privo di riconoscimento e sottoporre i Curdi alla pressione delle organizzazioni islamiste radicali. Le manifestazioni concrete di questa minaccia emergono chiaramente in episodi come la brutalità avvenuta a Yalova. Tali casi dimostrano che i Curdi si trovano di fronte a una grave minaccia ideologica e fisica non solo in Siria, ma anche all’interno della Turchia.
Il tentativo degli Stati di ottenere vantaggi a breve termine attraverso relazioni strumentali e pragmatiche con organizzazioni terroristiche è una pratica frequentemente adottata dai sistemi politici autoritari. Tuttavia, questo approccio ha spesso prodotto crisi di sicurezza irreversibili. L’esperienza della Repubblica dei Mullah in Iran, che in diverse fasi ha fatto ricorso a gruppi armati radicali e ha finito per trasformarli in una crisi che ha oscurato il futuro della società iraniana, rappresenta uno degli esempi più emblematici di questa politica. Il percorso seguito dalla Turchia presenta analogie strutturali con tale esperienza.
Il quadro che emerge dimostra che approcci selettivi, ideologici e strumentali nella lotta al terrorismo non destabilizzano solo le comunità prese di mira, ma anche gli Stati che li adottano. La logica politica che ha utilizzato le organizzazioni terroristiche islamiste con l’obiettivo di privare i Curdi di uno status e smantellarne le conquiste regionali ha finito per trascinare sia la propria società sia la sicurezza regionale in un profondo vicolo cieco. Ciò conferma ancora una volta che, in Medio Oriente, il terrorismo non è uno strumento, ma un fenomeno strutturale che alla fine consuma anche chi lo utilizza.