Aggiornato il 28/12/25 at 12:02 pm
di Hussamettin TURAN——–l massacro di Roboskî è una delle manifestazioni più nude, più sanguinose e più innegabili della politica sistematica di negazione, distruzione e punizione applicata da oltre un secolo contro la nazione curda. Roboskî non è soltanto l’uccisione di 34 vite innocenti nella notte del 28 dicembre 2011; Roboskî è il nome della condanna alla povertà, alla disperazione e alla morte di una nazione frammentata da confini artificiali. È il risultato di un sistema che costringe un popolo alla miseria, lo spinge al contrabbando per sopravvivere e lo schiaccia tra la vita e la morte attraverso la violenza statale. Quella notte non sono stati colpiti solo dei corpi umani, ma anche il diritto alla sussistenza, la dignità e la volontà di vivere di un intero popolo.
Questo massacro, pianificato dalla ragione di Stato, realizzato all’interno della catena di comando e conosciuto da tutti i livelli della burocrazia militare e politica, è stato successivamente coperto da un regime consapevole di impunità. I responsabili sono stati protetti, i fascicoli chiusi, la giustizia neutralizzata sistematicamente attraverso decisioni di archiviazione. Espressioni come “errore di intelligence”, “incidente inevitabile” o “operazione sbagliata” non sono altro che menzogne di Stato costruite per occultare la verità. Roboskî ha mostrato con assoluta chiarezza quanto la questione curda contenga in sé una violenza strutturale, permanente e deliberata.
Roboskî è ancora una ferita che sanguina, perché né la giustizia è stata fatta né si è mai affrontata la verità. Il processo successivo al massacro ha dimostrato che non è stato il diritto a funzionare, ma il riflesso dello Stato; che non la vita umana, bensì il dogma della “sicurezza” è stato posto al centro. In questo senso, Roboskî ha smesso di essere un massacro isolato ed è diventato un messaggio collettivo rivolto alla nazione curda: “In questa terra, sia la vostra vita sia la vostra morte dipendono dalla volontà dello Stato.”
Ma va saputo con certezza che Roboskî, nonostante tutti i tentativi di insabbiamento, è inciso nella memoria storica della nazione curda. Le bombe cadute dal cielo quella notte non hanno distrutto soltanto dei corpi; hanno fatto a pezzi anche la pretesa di una convivenza basata sull’uguaglianza e sulla dignità in questa regione. Roboskî è il simbolo della privazione di status, della svalutazione e della considerazione condizionata del diritto alla vita imposte al popolo curdo.
Dimenticare Roboskî significa accettare la negazione. Coloro che vogliono far dimenticare Roboskî non mirano solo a cancellare il passato, ma anche a oscurare il futuro. Per questo ricordare non è soltanto una questione di coscienza, ma una responsabilità nazionale. Non taceremo, non ci abitueremo, non normalizzeremo e non ci piegheremo. Questa ferita non si rimarginerà finché non sarà fatta giustizia per Roboskî, finché lo Stato non affronterà questo crimine, finché i responsabili non saranno processati e finché il diritto alla vita della nazione curda non sarà realmente garantito.
Roboskî non è una data del passato; Roboskî è un crimine che continua, un’ingiustizia che continua.
Non dimenticheremo. Non lasceremo che venga dimenticato.