Gaza. Il piano Trump in stallo: Israele frena sulla seconda fase del cessate-il-fuoco

Aggiornato il 26/12/25 at 03:03 pm

di Shorsh Surme –——-Nonostante gli sforzi dei mediatori, l’accordo su Gaza, cioè il cosiddetto piano Trump, sta attraversando una fase estremamente critica. Crescono i dubbi sulla possibilità di passare alla seconda fase e, più in generale, sulla stessa fattibilità del piano promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La prima fase è già entrata in crisi a causa del mancato recupero del corpo di un ostaggio israeliano da parte di Hamas, circostanza che ha offerto a Israele un pretesto per continuare a violare il cessate il fuoco.
Sebbene Washington stia esercitando pressioni sempre più forti sul governo Netanyahu affinché rispetti il cosiddetto “Piano in venti punti”, il comportamento israeliano suggerisce che Tel Aviv stia perseguendo una strategia diversa. L’obiettivo sembra essere quello di mantenere Gaza in una condizione di “né guerra né pace”, utilizzando il tempo come strumento per rimodellare la realtà politica e militare in funzione degli obiettivi del conflitto, che Israele non ha realmente abbandonato nemmeno dopo due anni di devastante offensiva.
In questo contesto, la questione del corpo dell’ultimo prigioniero israeliano è riemersa come leva politica per bloccare i progressi negoziali. Netanyahu e la sua coalizione di destra stanno di fatto tenendo in ostaggio l’intero processo, impedendo qualsiasi discussione sostanziale su ricostruzione, ritiro dalle aree oltre la Linea Verde o ampliamento degli aiuti umanitari. Israele sembra sfruttare le ambiguità del piano americano per imporre una propria interpretazione: una versione che garantisce il mantenimento del controllo militare e cristallizza la devastazione della guerra come un fatto compiuto, senza assumere costi politici o morali per l’assedio prolungato.
Nel frattempo gli Stati Uniti tentano di avanzare verso la seconda fase, lavorando alla creazione di un “Consiglio di Pace” e alla formazione di una forza internazionale incaricata di assumere alcune responsabilità amministrative e di sicurezza nella Striscia di Gaza. Tuttavia, il processo è ostacolato dal rifiuto israeliano di coinvolgere determinati Paesi e dalla riluttanza di altri Stati a impegnarsi in una missione ad alto rischio politico e operativo.
Il risultato è un divario sempre più ampio tra il testo dell’accordo e la sua concreta attuazione sul terreno.
Israele considera la seconda fase del cessate il fuoco come un processo condizionato, non come un impegno vincolante. Tel Aviv la mantiene subordinata a questioni specifiche che le garantiscono un ampio margine di manovra, prima fra tutte quella relativa al corpo dell’ultimo prigioniero israeliano.
Il governo israeliano ha elevato questa vicenda a precondizione assoluta, informando Washington e i mediatori che non discuterà alcun aspetto della seconda fase finché i resti non saranno recuperati, nonostante l’accordo non colleghi formalmente i progressi a tale punto. In questo modo, la questione dei corpi è diventata uno strumento politico per rallentare il processo e mantenere lo stallo, una situazione che favorisce i calcoli di Netanyahu e della sua coalizione.
Parallelamente, ambienti governativi israeliani hanno diffuso l’idea che Hamas sappia più di quanto dichiari sulla posizione dei resti e non stia facendo abbastanza per recuperarli. Questa narrativa viene utilizzata per giustificare il rifiuto di aprire il valico di Rafah, aumentare gli aiuti umanitari o ritirare le forze israeliane dalle aree a est della Linea Verde.