Aggiornato il 07/12/25 at 06:15 pm
di Hussamattin TURAN ——–La recente dichiarazione di Tom Barrack viene presentata come una “analisi diplomatica di alto livello” sulla politica siriana; tuttavia, osservata con attenzione, non rivela un’elaborazione politica, bensì una rozza matematica etno-geopolitica:
YPG = PKK → Curdo = Problema di Sicurezza.
Questa equazione non è scientifica; eppure, a quanto pare, nelle relazioni internazionali non serve alcuna verità: basta l’utilità. Infatti, l’unico scopo della formula è sottrarre la volontà curda a ogni categoria sociale e inserirla in una teoria del crimine.
L’elogio barrackiano al motto “un solo popolo, un solo esercito, un solo Stato” in Siria ha un significato scientifico molto chiaro:
nelle società eterogenee, lo statalismo nazionalista è un esperimento di laboratorio che si regge sul monopolio della coercizione.
Può essere applicato su tutti, tranne che sui Curdi; perché il riconoscimento della loro esistenza è il materiale più costoso di quel laboratorio.
La sua demonizzazione del federalismo come “fallimento” esprime la stessa chimica mentale. L’analisi storica dimostra con chiarezza che:
Non le strutture federali, ma lo statalismo unificatore,
non le rivendicazioni identitarie dei popoli, ma l’imposizione identitaria dello Stato,
non i modelli di autogoverno, ma il centralismo,
hanno prodotto crisi e guerra civile.
La storia lo afferma; Barrack, invece, si comporta come un nostalgico geopolitico che chiude le orecchie alla storia.
È ironico: il “modello statale unitario” che Barrack difende serve soprattutto a istituzionalizzare il collasso attuale della Siria. La stessa ricetta è stata applicata nell’ultimo secolo ottomano, nella formazione dell’Iraq, nei progetti modernizzatori dell’Iran e in Turchia. Il risultato è sempre stato lo stesso: il centro cresce, mentre i popoli vengono lasciati sanguinanti. Dunque la ricetta di Barrack non serve a produrre pace, bensì a perpetuare un caos rigidamente controllato.
A questo punto emerge la vera domanda:
Perché i Curdi sono ancora percepiti come un “pericolo con rischio di statualità”?
La risposta scientifica è semplice:
perché l’esistenza curda va oltre le simulazioni geopolitiche.
I Curdi non sono un oggetto di negoziato diplomatico: sono un dato sociologico di continuità storica. Gli Stati dimenticano che i popoli possiedono una memoria intensa; e questa memoria non cresce grazie ai favori delle potenze, ma grazie ai loro errori.
Le dichiarazioni di Barrack non sono dunque un “parere esperto”; sono la voce di un paradigma fallito più volte in ogni parte del Kurdistan. Questo incubo non serve a spaventare i Curdi, ma a confessare la crescita della loro coscienza politica.
La realtà di oggi è questa:
l’identità curda non è più una variabile geopolitica a basso costo da governare attraverso la negazione.
Più i diplomatici riducono i Curdi a formule, più i Curdi diventano la variabile che infrange quelle formule.
Ed è proprio qui che risiede l’ironia della storia:
chi costruisce tavoli di pace ignorando i Curdi sarà costretto, su quello stesso tavolo, a eseguire l’autopsia della propria politica.