Aggiornato il 01/10/25 at 02:08 pm
di Prof. Nurgül ÇOKGEZİCİ ———–È stata una settimana davvero intensa e meravigliosa qui a Milano, durante la Milano Fashion Week. Un vortice di emozioni, incontri e ispirazioni, dove la moda si è fatta non solo estetica ma anche voce di popoli, storie e resistenze.
Ho avuto l’occasione di assistere a numerose sfilate, ognuna portatrice di una visione unica, ma ciò che mi ha colpita di più è stato il filo conduttore di umanità e libertà che attraversava molte di esse. Diverse collezioni hanno raccontato il dolore e la speranza di popoli oppressi, la loro voglia di rinascita, la forza di ricominciare. Attraverso i colori, i tessuti e le forme, ogni abito si trasformava in una narrazione viva.
Tra tutte, una sfilata mi ha profondamente toccata: quella della straordinaria giovane stilista Lara Dizeyee.
Le sue creazioni mi hanno riportato alla mia infanzia, ai colori dei vestiti che indossavano mia madre, le mie zie, le mie nonne. Guardando quelle stoffe, quelle linee e quelle sfumature, ho sentito un nodo alla gola. È stato come rivivere un sogno, un ricordo ancestrale che parlava direttamente al cuore.
Mi sono quasi vergognata di non conoscere prima Lara Dizeyee. È stato solo grazie a questo invito che ho potuto scoprire il suo lavoro, e la curiosità mi ha spinta oltre: sono entrata nel backstage, tra le modelle, per osservare da vicino gli abiti.
Li ho toccati, li ho guardati uno a uno.
Ogni pezzo raccontava un frammento di storia, un intreccio di cultura, eleganza e resilienza.
Mi sono chiesta: chi è questa giovane artista capace di trasformare la memoria in moda, il dolore in bellezza?
Mi hanno raccontato che Lara è nata a Vienna, figlia di un padre fuggito dal regime di Saddam Hussein. È cresciuta in America, dove si è laureata in Relazioni Internazionali.
Come molti di noi curdi, parla più lingue quattro o cinque segno di una identità plurale, diasporica, viva.
Lara è figlia del grande Homer Dizeyee, voce storica e simbolo della musica curda.
Suo padre ha raccontato, attraverso le canzoni, l’amore, la resilienza e la libertà, visioni che hanno attraversato confini e generazioni.
Un artista che ha saputo trasformare l’esilio in canto, e il dolore in narrazione poetica, pagandone però il prezzo con l’esilio.
Forse proprio da quella eredità nasce la profondità del lavoro di Lara.
La sua collezione è stata un tributo alla resistenza delle donne curde, dedicata in particolare a Jina Amini, la giovane uccisa in Iran non solo perché aveva dei capelli fuori posto, ma perché era curda.
Gli abiti di Lara erano racconti visivi.
Parlavano della bellezza e nobiltà del castello di Erbil, della luce del Nevroz e della scoperta del fuoco, simbolo di rinascita e trasformazione.
Nevroz, la festa del 21 marzo, segna l’arrivo della primavera, la rinascita della terra e la resistenza di un popolo.
Nel mio Kurdistan, tra montagne e ghiacciai, il disgelo è vita: la neve si scioglie, i fiori sbocciano, la terra si risveglia. È il momento in cui tutto rinasce.
Come diceva Rumi, “noi dimentichiamo sempre le nostre vite precedenti, tranne durante il Nevroz, quando ricordiamo di essere nati e germogliati dalla natura”.
Uno degli abiti di Lara raccontava proprio il fuoco del Nevroz, con riflessi dorati e bagliori rossi, evocando la rinascita e la luce interiore.
Nella sua collezione, Lara non ha dimenticato la cultura yazida, rappresentando i colori vivaci e spirituali delle donne yazide, simbolo di vitalità, sacralità e apertura.
Un altro capo, invece, era dedicato alla resistenza delle donne di Rojhilat, un omaggio profondo a Jina Amini e a tutte le donne che lottano per esistere, per essere.
Sulla passerella risplendevano anche i colori della bandiera curda:
• Rosso, simbolo di nobiltà e resistenza;
• Verde, segno di speranza, rinascita e primavera;
• Giallo, colore del sole, che in Kurdistan rappresenta la donna.
Nel mio Paese si dice che ogni mattina la donna nasce prima del sole, perché è lei a partorirlo.
È una metafora potente: la donna come origine della luce, custode del calore e dell’illuminazione.
Nella sfilata di Lara, questa simbologia si è fatta visione: la donna come fonte di vita e rinascita, il sole come calore materno e consapevolezza.
Uscendo da quella sala, avevo la sensazione che qualcosa fosse cambiato.
La moda, quando è autentica, può farsi ponte tra mondi, linguaggio dell’anim, ara Dizeyee, con grazia e forza, ci ha ricordato che vestirsi è anche ricordare, resistere, rinascere.
E che ogni filo, ogni colore, ogni tessuto può diventare memoria viva di un popolo e della sua luce.