Aggiornato il 16/08/25 at 11:26 am
Nella regione del Medio e Vicino Oriente, i valori della giustizia, della democrazia e della civiltà hanno avuto, fin dall’antichità, una forma profonda e radicata nella struttura sociale del popolo curdo. La resistenza dei Medi contro il dominio assiro non rappresentò solo la caduta di un impero, ma anche uno dei primi esempi del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Gli insegnamenti di Zoroastro portarono in questa regione una dottrina morale centrata sulla verità, la giustizia e il bene, introducendo un’idea di ordine sociale etico.
La tradizione delle assemblee tribali, il diritto orale, il dengbêj e la cultura della tolleranza religiosa costituiscono il nucleo di un modello sociale democratico e partecipativo che si è sviluppato in Kurdistan attraverso i secoli.
Tuttavia, questi valori sono stati costantemente minacciati dalle ondate coloniali regionali e globali. L’Impero Ottomano, considerandola una “provincia di frontiera”, cercò di frammentare le strutture autonome curde. Le riforme del Tanzimat miravano a dissolvere le alleanze feudali e a consolidare il potere centrale, portando alla repressione della rivolta di Bedirxan Bey, alla distruzione dell’Emirato di Botan e all’integrazione diretta di Kurdistan nella burocrazia di Istanbul. Successivamente, i reggimenti Hamidiye vennero utilizzati come strumento per smantellare la coesione interna curda: alcune tribù vennero incorporate nelle macchine da guerra dello Stato, mentre la tradizione dell’autonomia subì un colpo irreversibile.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, il Trattato di Sèvres rappresentò il primo documento internazionale a riconoscere l’indipendenza del Kurdistan; tuttavia, questo diritto fu ignorato dalle potenze imperialiste durante il Trattato di Losanna. Quest’ultimo sancì non solo i confini della nuova Repubblica di Turchia, ma anche la divisione del Kurdistan in quattro parti, dove in ciascuna vennero attuate politiche sistematiche di assimilazione, negazione e repressione. Iraq, Iran, Siria e Turchia consolidarono i loro progetti di stato-nazione, trasformando il Kurdistan in un’area coloniale condivisa.
In Turchia, le rivolte di Şeyh Said, Ağrı e Dersim rappresentarono le ultime grandi insurrezioni per il diritto all’autodeterminazione. La repressione di questi movimenti non fu solo una sconfitta militare, ma un’operazione mirata a cancellare la memoria storica del Kurdistan. Il massacro di Dersim colpì profondamente la struttura culturale, demografica e religiosa della comunità curda alevita. Lo Stato coloniale non si affidò solo alla forza militare, ma costruì anche un’assedio ideologico: ideologie religiose e nazionaliste cercarono di dissolvere l’identità curda all’interno del concetto di “ummah” o “patria”, mentre movimenti “rivoluzionari” riducevano la richiesta di indipendenza curda a mera lotta di classe.
Per l’imperialismo e gli stati regionali, la liberazione del Kurdistan non è solo una questione di ridisegno dei confini, ma di alterazione di tutti gli equilibri mediorientali. Uno Stato curdo libero rappresenterebbe la necessità di ridefinire democrazia, giustizia e civiltà in tutta la regione. Per questo, il sistema coloniale tenta continuamente di sopprimere la volontà di libertà attraverso guerre interne, conflitti etnici e religiosi, meccanismi di dipendenza economica e operazioni di intelligence.
La storia ha dimostrato un fatto fondamentale: il senso di giustizia, la percezione della civiltà e la fede nella democrazia del Kurdistan, radicati in un’eredità millenaria, non possono essere distrutti con la violenza. La catena di resistenza dai Medi fino ai giorni nostri si è rinsaldata in ogni generazione, diventando più consapevole, organizzata e determinata dopo ogni sconfitta. Oggi, la lotta per la libertà del Kurdistan non è solo una richiesta di indipendenza nazionale, ma anche una battaglia per la ricostruzione della giustizia, della democrazia e della vera civiltà in Medio Oriente.
Questa catena sarà spezzata prima o poi. E quando ciò accadrà, tutti i confini artificiali tracciati dagli occupanti saranno cancellati, e in queste terre la giustizia, la democrazia e la civiltà non esisteranno più solo sulla carta, ma diventeranno realtà concreta nella vita quotidiana dei popoli.