Turchia. Il Pkk ha deposto le armi, ma Ankara tentenna

Aggiornato il 03/08/25 at 08:41 pm

di Shorsh SurmeKurdistan dell’Iraq–———-Il dialogo tra la Turchia e il fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Ocalan, è fondamentalmente sbilanciato. Non si tratta né di una negoziazione tra due parti né di un quadro basato sul riconoscimento reciproco. Piuttosto è un esercizio ciclico e ostinato che ruota attorno alla logica: “Siete un gruppo terroristico; dovete arrendervi, sciogliervi e reintegrarvi nella società civile sotto la sovranità turca. Permetteremo alcune riforme, a condizione che prima deponiate le armi incondizionatamente”.
La posizione storica di Ocalan è che il PKK è disposto a cessare i combattimenti, democratizzare il movimento e passare a una politica pacifica solo se queste concessioni saranno accompagnate da modifiche costituzionali, riconoscimento politico e diritti culturali per i curdi.
Nel 2024 e nel 2025 il leader del PKK ha cambiato tono, affermando che la guerriglia non era più efficace e che era giunto il momento della “politica, non delle armi”. In effetti, questo cambiamento di approccio può essere visto più come una transizione graduale che come un tradizionale processo negoziale: è più legato ai cambiamenti interni al PKK che a un dialogo curdo-Ankara.
Non esiste un accordo di pace formale. Né esistono garanzie legali o costituzionali vincolanti. A differenza dell’accordo di pace tra le FARC colombiane (2016) o dell’accordo tra i maoisti nepalesi (2006), non esistono documenti firmati o garanzie di terze parti (ONU, UE, ecc.). Non esiste un chiaro programma di disarmo né dettagli sul futuro incerto che attende gli ex militanti. Non esiste alcun impegno costituzionale o legale per rafforzare, anche solo in minima parte, i diritti dei curdi o per il rilascio di Ocalan.
In questo momento critico, tutto dipende dalla fiducia di entrambe le parti e dalle loro interpretazioni della situazione, o più precisamente, dall’autorità di Ocalan sul movimento e dagli attuali calcoli strategici della Turchia. La Turchia considera qualsiasi proposta di colloqui bilaterali una minaccia alla legittimità dello Stato e pertanto preferisce lo smantellamento sistematico del PKK a una soluzione di compromesso chiamata dialogo. La Turchia ha rifiutato le normali condizioni di pace, come il riconoscimento reciproco, la firma di accordi e le garanzie di terze parti, come negli esempi colombiani e nepalesi sopra menzionati, così come nel Sudan del Sud nel 2005, a favore di un approccio intransigente.
Esistono altri esempi di gruppi di guerriglia che accettano di sciogliersi in cambio di concessioni limitate, per lo più riforme interne che nominalmente rafforzano i diritti dei gruppi emarginati, come si può vedere negli esempi dei militanti di Aceh, in Indonesia (2005), Bougainville, in Papua Nuova Guinea (2001) e del Fronte di Liberazione Nazionale Moro nelle Filippine (1996). Tuttavia la Turchia non ha ancora proposto riforme politiche concrete. I curdi devono attendere la formazione di una commissione giuridica da parte del parlamento per emendare alcune leggi, mentre la riforma costituzionale risulta più difficile a causa dei requisiti di un referendum. Al contrario, la Turchia auspica una resa incondizionata, nella speranza che questo fiorente processo di pace sia più simile a quanto accaduto con il gruppo separatista basco italo-basco in Spagna (2011) o con le Tigri Tamil in Sri Lanka (2009) che a precedenti esempi di scambio bilaterale.