Aggiornato il 12/07/25 at 12:00 pm
di Husamettin TURAN ————-Il rappresentante speciale degli Stati Uniti per la Siria, Tom Barrack, è recentemente apparso come il nuovo volto della politica ambigua e contraddittoria condotta nei confronti del popolo curdo. Dichiarando che “il federalismo in Siria non è realistico”, Barrack invita i curdi ad accettare nuovamente l’integrazione in uno Stato siriano centralista, impregnato di sciovinismo arabo e residui baathisti. Una tale posizione non rappresenta solo una miopia politica, ma costituisce anche un grave insulto al secolo di resistenza, sacrificio e costruzione autonoma portato avanti dal popolo curdo in Rojava.
Gli Stati Uniti, dopo il 2003, hanno sostenuto l’istituzionalizzazione di uno statuto federale per i curdi in Iraq, che è stato poi sancito dalla Costituzione irachena del 2005. Oggi, i curdi dell’Iraq vivono sotto una struttura federale riconosciuta ufficialmente. Tuttavia, gli stessi Stati Uniti rifiutano questa soluzione quando si tratta dei curdi in Siria, definendo il federalismo una “fantasia” o un’utopia. Ciò rappresenta un doppio standard non solo giuridico e politico, ma anche etico.
L’apparizione di figure come Tom Barrack sulla scena politica siriana è la prova che Washington non persegue una linea istituzionale coerente, ma si affida a intermediari ambigui, temporanei, talvolta compromessi da interessi personali e corruzione. Il caso di James Jeffrey è ancora vivo nella memoria collettiva: manipolazioni, bugie, e infine scandali di corruzione. Ora la stessa strategia viene riproposta attraverso Barrack, ma i curdi non sono più disposti ad accettare interlocutori fittizi.
Il popolo curdo del Rojava, sin dal 2011, ha costruito un sistema autonomo attraverso enormi sacrifici. Questa struttura si basa su valori come l’uguaglianza di genere, il multiculturalismo, la gestione democratica, l’autonomia locale e la difesa collettiva. Non è solo un progetto per i curdi, ma un modello di coesistenza per tutte le popolazioni della Siria. Se il federalismo è accettabile in Iraq, perché dovrebbe essere irrealistico in Siria?
Intanto, non si può dimenticare un’altra tragedia: quella vissuta da migliaia di curdi mobilitati negli ultimi ventisei anni con lo slogan “rompere l’isolamento di Öcalan”. Scioperi della fame, proteste di massa, arresti, vittime. Ma oggi, colui che si dice essere in totale isolamento diffonde messaggi, registra video, analizza scenari internazionali e regionali. Come può una persona completamente isolata conoscere gli sviluppi geopolitici in Medio Oriente, le politiche di Stati Uniti e Israele o l’evoluzione del conflitto in Siria? La contraddizione è evidente. L’isolamento è stato usato come strumento politico per mobilitare il popolo e alimentare un’agenda falsa e manipolatoria. Chi renderà conto dei migliaia di curdi che hanno perso la vita in questo processo?
Ora si ripete lo stesso inganno, con altri attori e nuove maschere. Ma i curdi non sono più un popolo da ingannare o da manovrare dietro le quinte. Sono un soggetto politico consapevole, organizzato, con memoria storica e capacità istituzionale. Non sono né un popolo in esilio né una pedina da usare nei tavoli negoziali. Sono un popolo che costruisce il proprio futuro, con la propria lingua, le proprie istituzioni, la propria autodifesa e una visione collettiva di dignità e giustizia.
Tom Barrack e altri rappresentanti fittizi non sono interlocutori legittimi del popolo curdo. Essi rappresentano solo l’immoralità strategica e l’ipocrisia diplomatica. Se gli Stati Uniti vogliono mantenere una certa credibilità in Medio Oriente, devono relazionarsi direttamente con le istituzioni autonome e legittime costruite in Rojava. Devono riconoscere lo statuto politico del popolo curdo, garantire una protezione istituzionale e trattare in modo trasparente. Altrimenti, come James Jeffrey, anche Tom Barrack finirà nei margini della storia.
Il popolo curdo continuerà il proprio cammino non con mediatori corrotti, ma con la propria autodeterminazione, i propri consigli popolari e la propria volontà libera.