ADELA PRINCIPESSA DI HALABJA

Aggiornato il 17/12/22 at 07:41 pm

di Laura Schrader: giornalista, scrittrice e profonda conoscitrice della questione curda ——I media le chiamano “le figlie del sole” e il mondo è rimasto sorpreso dal valore delle donne kurde combattenti e comandanti nella guerra contro l’Isis. I social media continuano a presentare film e fotografie con i loro volti e le loro imprese.
Il protagonismo delle donne kurde sembra nato negli ultimi anni. ma non è così. Nella storia kurda si incontrano donne che hanno guidato clan e principati in pace e in guerra, si ricordano donne esperte nell’arte medica e nella letteratura, influenti in politica, nonostante il Kurdistan sia parte del mondo islamico, dove la donna è sottomessa, invisibile.
La conquista islamica della terre iraniche si completò in circa tre secoli, a partire dalla battaglia di Kassidija nel 651, che aprì agli arabi la strada verso la Media, l’attuale Kurdistan. Alcuni storici considerano la forzata islamizzazione come il primo genocidio nella storia kurda, per il numero elevatissimo di vittime tra i fedeli di Ahura Mazda. Ma ancor più catastrofiche, se possibile, sono state le conseguenze culturali di quel genocidio. Alla religione di Zardashst (Zoroastro o Zarathusthra) egualitaria, rispettosa anche di animali e ambiente, si sostituì una religione maschilista, che non riuscì però a intaccare nella società kurda l’importanza del ruolo della donna. Nei canti del ricchissimo folklore kurdo le donne non sono soltanto oggetto d’amore, ma protagoniste, siano esse aristocratiche o popolane. Nei poemi più famosi intitolati a celebri coppie che vivono vicende d’amore e di morte, Gulè e Sher, Khajeh e Siaband, Mem e Zin, la donna è un’attiva co-protagonista. In Kurdistan le donne non si coprivano il viso con il velo islamico; i viaggiatori occidentali che nei secoli scorsi visitavano quelle terre e ne scrivevano, ci hanno lasciato resoconti stupiti per la “libertà” delle donne kurde che, a differenza di quelle dei popoli vicini, non si coprono il volto, vestono abiti dai colori smaglianti, e adatti a far risaltare la loro figura, danzano e fanno musica insieme agli uomini nelle feste popolari, partecipano alle gare di abilità a cavallo.
Nell’ultimo secolo, la spartizione coloniale che ha reso il Kurdistan “colonia internazionale” (la definizione è del sociologo turco Ismail Besikci) di Turchia, Irak e Siria e poi la rivoluzione islamica del 1979 in Iran hanno voluto reprimere la libertà delle donne.
Ma come il fuoco che cova sotto la cenere, l’orgoglio della propria dignità e la volontà di resistere è rimasto vivo nello spirito della donna kurda ed è emerso con estrema visibilità nella vittoriosa difesa dall’invasione islamista. E non è un caso se la rivolta dilagata in Iran dopo la tragica fine di Mahsa Amini, kurda di 22 anni, arrestata e picchiata a morte dalla Polizia morale di Teheran il 14 settembre 2022 perché non indossava correttamente l’hijab sia partita da Saqqez, città di origine di Mahsa, e si sia propagata a altre città e università del Kurdistan arrivando a coinvolgere la capitale al grido di Jin Jyian Azadi, Donna Vita Libertà, il grido delle donne nella guerra contro il Califfato nero.
Tra le antenate delle donne che oggi sfidano la cultura islamista c’è. Adlah Khanum ( per i britannici Lady Adela) principessa di Halabja
«In un remoto angolo del decadente e arretrato Impero Turco, c’ è un piccolo luogo che, grazie al governo di una donna kurda, si è trasformato da villaggio a città, e la sua collina, un tempo spoglia, ora splende di giardini; e queste sono innovazioni rispetto alle condizioni precedenti di quella zona.»
Così scriveva, nei primi anni del secolo XX, Ely Banister Soane, un agente britannico che visse per qualche tempo alla corte dei principi di Halabja travestito da mercante persiano.
Adela, nata nel 1847, apparteneva alla dinastia dei principi di Ardalan che governavano Sanandaj ed era andata sposa a Osman Pasha Jaff, che regnava nel piccolo stato dell’Hawraman annidato tra i monti Zagros, affacciato alla pianura di Sharazur, al confine tra l’attuale Irak e l’Iran. La Khanum aveva governato prima per delega del marito e poi in quanto sua vedova. Nel palazzo di Halabja regnava con saggezza e equilibrio, prodigandosi a favore di un armonioso sviluppo del piccolo principato.
Nelle sue memorie, To Mesopotamia and Kurdistan in disguise, l’agente britannico ricorda di essere rimasto impressionato dalla personalità di lady Adela, che indossa ricchissime vesti di seta e una profusione di ornamenti di grande valore (Soane conta, alle sue mani, diciassette anelli). La principessa accoglie l’ospite che si presenta come un mercante persiano, seduta su un materasso di seta, fumando una sigaretta; vicino a lei una cameriera agita un ventaglio, un’ altra tiene pronte le sigarette, una terza attende di versare sorbetto e acqua di rose. «Quando entrai, lady Adela mi sorrise e mi fece cenno di sedere vicino a lei sul materasso, e mi salutò con il saluto kurdo vecchio stile.» La dama dunque riceve l’ ospite straniero di sesso maschile di propria iniziativa, con regale dignità e benevolenza.
Nulla di strano, se non fossimo nel mondo islamico del primo Novecento. In quegli anni le donne degli altri paesi del’islam erano escluse da ogni relazione sociale e indossavano il velo. Lady Adela non soltanto, secondo l’usanza kurda, non è velata, ma ha anche il volto accuratamente truccato, come voleva la moda occidentale degli anni Venti; il viaggiatore britannico preferirebbe un maquillage più sfumato.
«Al primo sguardo si notava che era di pura origine kurda – continua Soane – Lo si capiva dallo stretto viso ovale, con la bocca piuttosto larga, occhi neri scintillanti, naso sottile leggermente aquilino; e dalla sua snellezza, in perfetta armonia con la classica struttura kurda, che non è mai grossa. Sfortunatamente, ella ha l’ abitudine di incipriarsi e dipingersi, così che gli orli dipinti di nero delle palpebre spiccano in un contrasto innaturale con la fronte bianca di cipria e con le guance rese rosse dal trucco. Questa imperfezione tuttavia non celava la precisione dei suoi lineamenti…»
Un altro ritratto di Adela Khanum è disegnato da Vladimir Minorsky, il più autorevole studioso occidentale del Kurdistan e del popolo kurdo, che incontrò la principessa nell’ autunno del 1914 ad Halabja. «Ella si comporta con grande dignità racconta Minorsky – Venne al nostro campo a restituirci la visita con un seguito di brus e di servitori e acconsentì volentieri ad essere fotografata. Ringraziò per i doni fatti a suo figlio con una lettera in francese che era stata scritta, come apprendemmo, da un giovane kurdo che studiava presso i missionari cattolici a Senneh.» Minorsky ricorda che Adela Khanum aveva acquistato grande prestigio per l’ equilibrio e la saggezza che dimostrava nell’ amministrare la giustizia.
I racconti di Minorsky e di Soane contengono tre elementi che caratterizzano la vita del Kurdistan ancora durante i primi vent’anni del secolo XX: la prosperità dei principati kurdi, spesso oasi di buon governo nell’ambito del corrotto, decadente impero ottomano (nell’impero persiano non erano più indipendenti); l’importanza del ruolo della donna nella società kurda; la tradizionale differenza di comportamento e di abbigliamento tra le donne kurde e quelle dei altri paesi islamici e delle armene cristiane.
I britannici chiamavano Adela Khanum Princess of the Brave, la Principessa dei coraggiosi ed erano a lei riconoscenti per il trattamento generoso che aveva riservato ai prigionieri del Regno Unito, che nel 1917 aveva invaso il Vilayet di Mossul, la Mesopotamia kurda nell’Impero Ottomano.
Della sovrana di Halabja parla anche Gertrude Bell, archeologa, scrittrice e politica britannica: “Lady Adela – scrive – continua il governo dei Jeff nel modo più ampio possibile e tesse le sue trame con abilità impensabile, e in generale si comporta come in effetti si comportano le grandi signore kurde. “
Adlah Khanum morì nel 1924. Un anno prima il trattato di Losanna aveva decretato la fine del progetto di un Kurdistan indipendente. Era stato creato a tavolino l’Irak. Alcuni decenni dopo la morte della principessa, Halabja sarebbe stata bombardata con armi chimiche e distrutta casa per casa con la dinamite nell’ambito della campagna di genocidio del popolo kurdo condotta dal regime nazionalista arabo del Baath di Saddam Hussein. Il suo elegante palazzo è perduto per sempre.