In pace e in guerra, se le donne curde possono fare la differenza

rojava women

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di Marta Serafini
«Le nostre donne non vestono di nero. Le nostre donne sono colorate». Asia Abdullah e Shanaz Ibrahim Ahmad sono due donne curde. Diverse tra…….

loro, certo. Per storia, per origini. Parlano lingue differenti. Eppure vivono e lottano in uno scenario come quello mediorientale nel quale la questione femminile è uno nodi più difficili da sciogliere. I loro paesi, Siria e Iraq, stanno vivendo l’occupazione di Isis che delle donne ha fatto uno dei bersagli favoriti. «Oggi combattiamo per la nostra libertà, non per quello che succederà tra 10 anni», hanno sottolineato durante l’incontro organizzato settimana scorsa alla Commissione Esteri della Camera. Ma al di là della guerra il loro minimo comune denominatore è il desiderio di un futuro che le veda libere e protagoniste della vita politica dei loro paesi e dei loro governi.
Asia Abdullah è la coPresidente Rojava, il progetto di federazione curda in Siria proclamato dal PYD in marzo. Oltre ad essere in prima linea nella guerra all’Isis con le unità femminili (YPJ, Unità di Protezione delle Donne o Unità di Difesa delle Donne), le donne curde stanno anche contribuendo alla costruzione del progetto politico di autonomia in Siria. Donne guerriere, in grado di imbracciare un fucile, per opporsi ai miliziani del Califfato. Ma anche padrone della loro società e del processo decisionale che la costituisce. E Asia Abdullah è l’espressione di questa autoaffermazione «In ogni nostra città oltre alla Casa del Popolo c’è la Casa delle Donne, ci sono le Accademie delle Donne, c’è l’esercito delle donne, nel sistema di autogoverno nel congresso il 40 per cento sono donne e il sistema di co-presidenza prevede per ogni ente (partiti, associazioni, municipalità) un doppio presidente, un uomo e una donna».
Una parità da sempre teorizzata da Abdullah Ocalan, leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) in cella nell’isola-carcere di Imrali in Turchia dal 1999. Autonomia, autodeterminazione e uguaglianza di genere: le donne di Rojava vengono normalmente scelte come leader della comunità perché, come sottolinea ancora Abdullah, «la nostra lotta è una lotta per la liberazione delle donne». E oggi lo è ancora di più. Se infatti Isis ha trasformato le donne in vittime delle peggiori sevizie e abusi, le curde provano a riportare la pace e l’orgoglio laddove i miliziani di Al Baghdadi hanno tentato di fare terra bruciata.
Dalla Siria si passa all’Iraq, un paese piegato da una guerra senza fine, che ha visto stabilirsi nel nord il governo regionale del Kurdistan (KRG). «Anche la nostra società sta attraversando cambiamenti dove le donne sono chiamate a partecipare in prima linea», spiega Shanaz Ibrahim Ahmad, responsabile europea del Puk. Sebbene il Kurdistan iracheno sia prevalentemente dominato dagli uomini, è chiaro come anche su questo scenario la crisi economica e politica per essere risolta debba vedere un coinvolgimento delle donne sempre più capillare. E ad esserne convinta è anche Lia Quartapelle, parlamentare del Pd che ha portato queste donne in Italia. «Il problema infatti non è solo sconfiggere Isis. Ma anche pensare ai modelli di governo in grado di portare la pace in Medio Oriente, a partire dalle donne».
Fonte:valdelsa.net

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