Halabja: a 28 anni dalla strage delle armi chimiche le ferite restano aperte

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Aggiornato il 03/05/18 at 04:31 pm

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di Shorsh Surme

Mentre i curdi in Turchia, in Siria e in Iran sono sottoposti a una dura repressione, in Kurdistan dell’Iraq, anche quest’anno…….

, come di consuetudine viene ricordata la tragedia di Halabja, quando venerdì 16 marzo 1988 la città veniva bombardata con le armi chimiche.
Halabja è situata nella provincia di Sulaimanya, a 260 km nord est di Baghdad; nel giro di mezz’ora morirono più di 8mila persone.
L’occidente allora si limitò a una timida protesta nei confronti di Saddam Hussein, nonostante questi avesse palesemente agito contro i diritti umani usando un’arma bandita dalla convenzione di Ginevra nel 1925.
Alla fine di marzo del 1988 l’opinione pubblica internazionale è venuta a conoscenza, grazie a videocassette clandestine e fortunatamente giunte in occidente, del massacro perpetrato attraverso le armi chimiche nella cittadina di Halabja: uomini, donne, bambini, vecchi morirono tra spasmi atroci a causa dei gas tossici. La città si svuotò, numerosi tra i suoi abitanti trovarono rifugio in Iran: Halabja è ancora oggi una città ferita, come numerosi altri villaggi.
Il problema delle armi chimiche rimane ancora una questione da risolvere, dato che molti paesi del terzo mondo, ora anche organizzazioni terroristche come Isis, possiedono questa arma micidiale anche grazie alle tecnologie dell’occidente stesso.
La città di Halabja vive ancora con i terribili ricordi di quella tragedia, nel territorio della città non cresce più un filo di erba, le donne che erano state colpite con il gas non riescono avere più i figli e se possono averne nascono deformati.
Ricordiamo che i mercanti di morte che hanno collaborato col regime per realizzare questa arma micidiale, come l’landese Frans van Anraat, di 65 anni. L’uomo fu condannato e definito dalla magistratura olandese come “uno dei più importanti intermediari del traffico d’armi e materiale bellico del Medio Oriente”. Van Anraat viveva in Iraq durante la prima guerra del Golfo dove, sempre secondo i magistrati olandesi, avrebbe svolto il ruolo di consulente per lo sviluppo delle armi chimiche del regime e fu riconosciuto colpevole di complicità in crimini di guerra.

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