calvario di Sur, massacrata dalla campagna anti-kurda di Erdogan

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di Chiara Cruciati
Ankara, Azaz, Aleppo: gli occhi del mondo sono concentrati sulle città simbolo dell’attuale…..

crisi regionale e sulla strategia anti-kurda della Turchia. Ma la campagna militare turca è anche un fatto interno ai confini del paese. Sta devastando il sud est, i territori kurdi.
Dopo i massacri di Cizre, con il numero di civili uccisi che avrebbe superato i 250 in due mesi, vittime di attacchi dell’artiglieria pesante contro edifici scelti come rifugio e trasformatisi in tombe, ora tocca di nuovo a Sur. Distretto di Diyarbakir, patrimonio Unesco, è ridotto ad un cumulo di macerie. Siti storici ed archeologici sono stati polverizzati dal conflitto e dalla violenza dell’esercito turco, ma anche dall’ipocrisia del governo che promette la ricostruzione dopo la distruzione.
Sur è sotto coprifuoco ininterrotto da oltre due mesi e si è velocemente svuotata: in migliaia hanno abbandonato le proprie case, in fuga dagli scontri con pochi effetti personali. Sur è una comunità fantasma. Ma di civili intrappolati ce ne sono ancora molti, alcuni di loro chiusi in palazzi da giorni nel tentativo di scampare ai missili e ora target.
A riportare degli assedi è il giornalista Mazlum Dolan, intrappolato con altre 30 persone in un sotterraneo. Secondo il giornalista, che riesce a mandare notizie all’esterno, sarebbero in totale 200 i civili chiusi in alcuni sotterranei di Sur: “Ci sono 32 feriti e 9 sono in gravi condizioni. Non ci sono medicine, non c’è né acqua cibo. I civili si appellano alla gente fuori perché si sollevi e non li abbandoni. Sollevatevi per Sur come vi siete sollevati per Kobane”.
Parole disperate mentre l’artiglieria pesante turca continua a colpire, ormai da 79 giorni, ricevendo come risposta la resistenza popolare fatta di barricate e azioni dei combattenti kurdi. Fumo nero si alza dai quartieri di Sur, accompagnato al rumore sordo dei colpi di armi da fuoco e degli elicotteri che sorvolano la comunità.
La campagna anti-kurda lanciata a fine luglio dalla Turchia sta investendo l’intero Kurdistan storico. Sulle montagne di Qandil nel nord dell’Iraq mercoledì sera, poche ore dopo l’attentato di Ankara, i raid turchi avrebbero ucciso almeno 70 combattenti del Pkk. Nel nord della Siria proseguono i bombardamenti dell’artiglieria contro le postazioni delle Ypg. L’auto-giustificazione è l’accusa mossa dal governo ai kurdi siriani, individuati dalle autorità turche come responsabili dell’attacco nella capitale. Nonostante manchino rivendicazioni, il presidente Erdogan ha pescato dal cilindro la carta che più si confà alla propria strategia, ancora manchevole di una totale legittimazione internazionale.
Il responsabile – ha fatto sapere ieri il premier Davutoglu – è Salih Neccar, 24enne nato a Amuda in Siria e membro delle Ypg. Sarebbe entrato nel paese come rifugiato e, insieme al Pkk, avrebbe ordito l’attacco. Una teoria che non convince tutti, visti soprattutto gli obiettivi che le Ypg hanno: non attaccare la Turchia – come ribadito ieri dal co-presidente del Pyd kurdo siriano, Saleh Muslim – ma liberarsi della minaccia dello Stato Islamico in Siria e riprendere il controllo sui territori kurdi di Rojava.
Poco importa, ad Erdogan serve oggi sfruttare al massimo un attacco su cui non si levano voci contrarie, anche a causa del silenzio stampa imposto da Ankara: nessun media può diffondere informazioni sull’attentato ma deve limitarsi a riportare quanto contenuto nei comunicati governativi. Stampa di Stato costretta ad avallare la teoria del presidente.
La Turchia prosegue così per la propria strada, fatta di campagne militari e sostegno indifesso alle opposizioni siriane in chiave anti-kurda e anti-Assad: ieri 500 miliziani delle opposizioni moderate e islamiste hanno attraversato il valico di Bab al-Salama diretti nel nord della Siria. Secondo fonti governative, altri 2000 sono pronti a passare. Nena News
Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati
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