A Kobane per curare le vittime dell’Is


di Maria Grazia Piccaluga

L’infettivologo pavese Giorgio Barbarini in partenza per il Kurdistan dove il suo gruppo ha costruito un ospedale. Il viaggio verso Herbil comincerà sabato a bordo delle jeep che, tra nuvole di polvere rossa, attraverseranno la strada lunga e…. dritta che taglia la grande pianura desertica e porta alla capitale autonoma del kurdistan iracheno.
Giorgio Barbarini, 64 anni, medico infettivologo del San Matteo, attivista dei diritti umani, farà parte di quel convoglio. Insieme a una delegazione italiana promossa dall’Associazione “Verso il Kurdistan” con cui collabora da 14 anni, e con Rete Kurdistan Italia. In undici giorni attraverseranno le antiche terre di Mesopotamia oggi dilaniate dalla guerra e dal terrore. E cercheranno di raggiungere Kobane, la città simbolo della resistenza allo stato islamico in Siria.
Qual è lo scopo di questo viaggio?
«Incontrare movimenti, partiti, componenti del Parlamento del Sud Kurdistan e soprattutto portare gli aiuti per sostenere il progetto “Hevi U Jiyan – la speranza e la vita” che comporta la realizzazione di un ospedale nel Campo profughi di Makhmur, cuore della missione del nostro gruppo».
A che punto è l’ospedale?
«E’ quasi pronto. In circa tre anni sono stati raccolti quasi tutti i soldi necessari alla sua costruzione, 55mila euro. Sono già arrivate le attrezzature: tutte di seconda mano donate dall’ospedale di Carpi che, dopo il terremoto in Emilia del 2012, aveva realizzato un ospedale da campo. Ora hanno un ospedale vero e le attrezzature quasi nuove dismesse ci sono state donate. Sono soprattutto presidi chirurghici, i più necessari in quell’area».
Sono arrivati sui tir, scampati agli assalti di predoni e terroristi.
«E presi in consegna dalle donne peshmerga che, armate di kalashnikov, presidiano Makhmur. Guerriere coraggiose capaci di intimorire anche i più feroci kamikaze. E c’è una spiegazione. I soldati di Is sembrano credere che se vengono uccisi in battaglia da un uomo vanno in Paradiso accolti da 72 vergini mentre se a ucciderli è una donna la sorte è differente perché non trovano le vergini».
Non è la sua prima volta in Kurdistan.
«Quest’anno non ho fatto vacanze. E parto di nuovo con il gruppo di volontari, fondato da Antonio Olivieri, ex capo della Fiom di Alessandria. Se non ci fosse stato lui in Italia ancora non si saprebbe nulla di cosa accade laggiù. Un po’ come Dino Frisullo, che ci ha lasciati, e che per difendere i curdi si è fatto un anno nelle prigioni turche. Ma si sa ancora troppo poco».
La tragedia del piccolo Aylan, che proveniva da Kobane, però ha scosso il mondo.
«Ho guardato più volte il video che racconta il destino atroce di quel bambino. Dopo la commozione iniziale ho compreso perchè mi ritengo in dovere di far parte della delegazione di “Verso il Kurdistan” che partirà a fine mese.»
Andrete anche a Kobane?
«Il ministero degli Esteri proprio nei giorni scorsi ha ricevuto una nostra delegazione e ci ha messi in guardia perché Kobane è ritenuto un territorio di frontiera molto pericoloso. Ma se i peshmerga ci accompagneranno ci sentiremo più tranquilli, non dovremmo correre rischi. Vogliamo andarci per capire com’è la situazione, vedere con i nostri occhi, senza racconti indiretti. Quella dei curdi è una realtà ancora negata dalla stragrande maggioranza dei Paesi cosiddetti civili. Il territorio popolato dai curdi, che vivevano sotto un sultano, è stato smembrato in quattro stati: Iraq, Iran, Turchia e Siria. Questo popolo, per la sola colpa di voler mantenere la propria autonomia, è stato bastonato da tutti. Saddam li ha gasati, l’Iran nei giorni scorsi ha impiccato cinque professori. Un popolo che reclama il diritto di abitare la sua terra».
Lei indossa una t-shirt con il nome di Ocalan. Ha letto i suoi trattati.
«Per le sue idee Ocalan è stato arrestato e incarcerato, senza neppure essere stato mai processato. E’ recluso su un isolotto nel mar di Marmora: c’è un solo edificio, per un solo detenuto, Ocalan. Trovo che questa condizione sia di un’efferatezza incredibile. Eppure vedo in lui una delle menti politiche più lucide degli ultimi decenni. Alcune sue riflessioni sono state riprese dall’altro grande politico di oggi che è papa Francesco».

 

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