Erdogan sempre più isolato. Khamenei: «Siamo noi i più forti»


di Giuseppe Acconcia

Turchia/Iran. Quando Erdogan ha annunciato il suo piano di safe-zone in Siria, iniziando a bombardare il Pkk, Putin ha paventato la fine delle relazioni diplomatiche. E di fatto si è bloccata sine die la realizzazione del progetto South Stream tra la russa Gazprom e la turca Botas…… «Morte all’America» era e con­ti­nua ad essere lo slo­gan più effi­cace della Repub­blica isla­mica d’Iran. Qual­che giorno fa la Guida suprema Ali Kha­me­nei aveva detto che nulla sarebbe cam­biato nella poli­tica estera ira­niana nono­stante l’accordo sul nucleare. Ma ora che i piani russi di con­trollo sulla Siria si stanno con­cre­tiz­zando le sue parole sono ancora più chiare.
Non solo Teh­ran ha con­cesso il suo spa­zio aereo ai russi diretti verso Dama­sco ma ha avviato a modo suo una tran­si­zione in Siria, con ogni pro­ba­bi­lità non la più desi­de­ra­bile per Washing­ton. Tutto que­sto è acca­duto, non a caso, il giorno dopo l’annuncio che il pre­si­dente Obama ha i numeri in Senato per far pas­sare l’intesa. In altre parole con l’approvazione certa dell’accordo sul nucleare, Washing­ton ha le mani legate e Teh­ran è più forte che mai in Iraq, Siria e Afghanistan.
Final­mente è chiaro a tutti cosa sia quest’intesa di Vienna che ana­li­sti e poli­tici in tutto il mondo hanno salu­tato come un cam­bia­mento sto­rico. Non è niente di più di una foto­gra­fia della realtà sul campo.
E l’attivazione della Rus­sia per una solu­zione nego­ziale della guerra civile siriana non è altro che la con­cre­tiz­za­zione dei piani di Teh­ran per un «pas­sag­gio di con­se­gne» in Siria dalle mani di Bashar al-Assad, che può rima­nere al suo posto ma senza poteri, a un governo ad inte­rim gestito da russi e ira­niani in cui ai primi è deman­dato prin­ci­pal­mente il con­trollo mili­tare del paese e ai secondi di tro­vare l’accordo poli­tico tra fazioni e difen­dere l’integrità ter­ri­to­riale siriana.
Su que­sto la classe poli­tica ira­niana con­corda all’unanimità, da Kha­me­nei a Rohani. Ieri il capo nego­zia­tore, Javad Zarif, ha eti­chet­tato chiun­que abbia chie­sto la fine di al-Assad come «respon­sa­bile della situa­zione pre­sente». Zarif ha poi aggiunto che la pace non torna in Siria sem­pli­ce­mente se al-Assad si dimette, ma solo se i siriani potranno deci­dere del loro futuro. In altre parole, nes­suna solu­zione mili­tare o impo­sta dall’esterno è pra­ti­ca­bile. I prin­ci­pali scon­fitti di que­sta stra­te­gia non sono però gli Stati Uniti. Obama aveva biso­gno di quest’intesa che in ogni caso, vista da Washing­ton, con la fatica con cui è stata rag­giunta e per l’opposizione di repub­bli­cani e governo israe­liano, resta una svolta. Seb­bene gli Usa rinun­cino così ad avere un ruolo in Siria, un paese che, in fondo, non ha mai fatto parte della sfera di influenza americana.
I veri scon­fitti sono i tur­chi. Anche ieri l’aviazione turca ha bom­bar­dato 64 basi del Pkk nel Nord dell’Iraq. La loro stra­te­gia di col­pire le basi del Par­tito dei lavo­ra­tori kurdi (Pkk) masche­ran­dola con la lotta allo Stato isla­mico, e di con­ce­dere le basi agli Usa per attac­care la Siria, si sta ritor­cendo con­tro Erdo­gan e il suo par­tito. In altre parole l’islamismo poli­tico, nella ver­sione di una Fra­tel­lanza alla turca che Akp, il par­tito di Erdo­gan, sta incar­nando, ripete all’infinito gli stessi errori. Uno dei più gravi è quello di ten­tare di raf­for­zarsi guar­dando al soste­gno degli Stati Uniti.
L’unica ricetta che ha ripa­gato, fin qui, è quella dell’Iran, che certo non è entu­sia­sta dell’asse con Mosca (i russi hanno sem­pre mani­po­lato gli ira­niani) ma si fonda sull’antagonismo verso la poli­tica estera sta­tu­ni­tense in Medi oriente, pur man­te­nendo un atteg­gia­mento mai aggressivo.
Se poi que­sta stra­te­gia non ha fatto altro che con­cre­tiz­zare tutti i sogni più intimi del clero sciita, per la com­pleta schi­zo­fre­nia delle deci­sioni di Washing­ton, non è certo respon­sa­bi­lità ira­niana. Addi­rit­tura nel ser­mone del venerdì Kha­me­nei ha detto che se gli Usa con­ti­nuano a raf­for­zare Teh­ran, come stanno facendo, l’Iran può con­tro­bi­lan­ciare da solo il potere di Washing­ton in Medioriente.
La stra­te­gia fal­lace di Erdo­gan sta invece iso­lando Ankara. Quando Erdo­gan ha annun­ciato il suo piano di safe-zone in Siria, ini­ziando a bom­bar­dare il Pkk, Putin ha paven­tato la fine delle rela­zioni diplo­ma­ti­che. E di fatto si è bloc­cata sine die la rea­liz­za­zione del pro­getto South Stream tra la russa Gaz­prom e la turca Botas, come con­fer­mato ieri dal mini­stro dell’Energia, Sefa Ayte­kin. Per finire, que­sta stra­te­gia è fal­li­men­tare anche per con­te­nere le riven­di­ca­zioni indi­pen­den­ti­ste kurde, tema su cui gli inte­ressi ira­niani e tur­chi si sovrappongono.
fonte:il manifesto

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