Il sogno curdo

Aggiornato il 03/05/18 at 04:40 pm

di Bernardo Cervellera
L’attentato terrorista a Parigi, sta scatenando in Europa il rifiuto della convivenza coi musulmani. Qui in Iraq – e più precisamente in Kurdistan – si vedono le cose con più sfumature: c’è la condanna della violenza settaria, ma vi sono anche spiragli di amicizia tra religioni………. Verso sera mons. Rabban al-Qas, il vescovo di Duhok, ci accompagna a presentare le condoglianze a una famiglia musulmana, il cui parente è morto. Il vescovo conosce questa famiglia dagli anni ’70, da quando questi musulmani curdi, perseguitati da Saddam Hussein, sono stati cacciati da Baghdad. Alcuni di loro hanno passato lunghi periodi in prigione. Mons. Rabban li ha accolti e aiutati a insediarsi nel villaggio dove vivono tuttora, costruendo anche le loro case. La loro gratitudine per il vescovo è grande e lo trattano come un membro della loro famiglia. I figli più giovani lo chiamano “mio zio vescovo”.
All’arrivo salutiamo il capo famiglia e i parenti stretti del morto, un uomo anziano.Salutiamo anche alcune donne, che – a differenza di quanto ci si possa aspettare nel mondo musulmano – ci stringono la mano in segno di saluto. Poi entriamo nella sala delle condoglianze: un salotto ampio con cuscini tutt’attorno; gli ospiti seduti nella posizione del loto, una stufa al centro. Alcuni di loro sono i capi del villaggio e portano il caratteristico copricapo curdo, una kefiah bianca e nera avvolta attorno alla testa. Si parla del più e del meno, dell’amicizia di mons. Rabban con loro e della nostra con il vescovo; si ricordano i vecchi tempi e poi la conversazione cade sul presente: sui profughi, sulla miseria, sull’insicurezza della guerra, sullo Stato islamico (SI).
Il più vecchio, Hassan, il capofamiglia, dice di avere “vergogna ad essere musulmano” perché l’SI (loro continuano a chiamarlo “Daesh”, l’acronimo arabo per “Isis, Stato islamico dell’Iraq e del Levante”) compie tutte queste violenze in nome dell’islam.
Uno dei figli di Hassan, che parla anche l’inglese, membro del Partito curdo di Barzani, taglia corto: “Noi non vogliamo vivere con l’Isis, non vogliamo vivere con gli arabi: da loro abbiamo avuto sempre guai”. Il riferimento non è solo all’SI, ma anche a Saddam Hussein che dopo la prima guerra del Golfo, per mantenersi al potere, si è dato arie da musulmano, pur essendo ateo, favorendo politiche di tipo fondamentalista.
“Il nostro islam è nonviolento, è amico dei cristiani: guardi come ci amiamo con il vescovo e con la sua comunità. Fra le persone che sono venute oggi a offrirci le condoglianze, almeno metà sono cristiani”.
Mons. Rabban mi spiega che l’islam curdo è stato sempre moderato e ha vissuto in pace con cristiani, yazidi, zoroastriani,… Ma le pressioni fondamentaliste stanno scuotendo la convivenza. Gli uomini seduti attorno alla stanza parlano dell’influenza dell’Iran, della Turchia, ma soprattutto dell’Arabia saudita. “Da noi non c’erano donne velate; adesso se ne vedono qua e là: sono pagate dall’Arabia saudita per portare il velo. Il fondamentalismo è figlio della povertà”. Naturalmente essi accusano l’Arabia saudita di finanziare l’islam radicale dell’Isis, simile a quello saudita per crudeltà e fanatismo.
Anche la Turchia ha il suo peso. Qua e là nella zona di Duhok si vedono moschee grandi e piccole che ricalcano il modello della Moschea Blu di Istanbul, con una grossa cupola centrale e almeno due minareti sottili come matite che si levano ai lati. La Turchia ha interesse a sbriciolare l’Iraq perché in questo modo risulta ancora più difficile uno Stato curdo, autonomo o addirittura indipendente, che darebbe forza alla minoranza curda presente in Turchia (circa 16 milioni). Nel timore di vedersi strappare la parte sud del Paese, la Turchia aiuta l’Isis: permette loro di trovare rifugio al confine; lascia che vi siano campi di addestramento; compra il loro petrolio…
Allo stesso tempo, dato che la guerra sta risucchiando le risorse del Kurdistan, la Turchia si arricchisce di tutto quanto il Kurdistan può vendere. Con l’Iraq diviso in due dallo Stato islamico (il nord curdo, il sud sciita e in mezzo Daesh), il commercio curdo può solo prendere la strada dell’Iran e della Turchia, i due Paesi confinanti. Ci sarebbe anche la Siria, ma essa annega nella guerra. Ogni giorno da Erbil partono lunghe file di camion e autocisterne che portano petrolio, kerosene, benzina, prodotti agricoli, verso Diyarbakir, nella zona curda, nel sud-est della Turchia. Il governo curdo sta costruendo una ampia autostrada che da Erbil porta fino a Zakkho, l’ultimo posto curdo sulla frontiera che a causa della guerra sta diventando una grande città con cantieri, negozi, banche.
Il membro del Partito curdo mi supplica: “Dica all’Italia di aiutarci nel divenire autonomi o addirittura indipendenti. Con questi vicini diventa impossibile la pace. L’Italia è stata fra le prime ad aiutarci ai tempi di Saddam Hussein. Fate qualcosa per noi anche oggi”.
Il fondamentalismo è anche figlio dell’ignoranza. Per questo il vero modo di combatterlo è l’educazione. Mons. Rabban batte questa pista da almeno 10 anni. Nel 2003 ha coinvolto Chiesa e governo in un progetto per far nascere una scuola, la International School of Duhok (nella foto), dove sono ospitati fino a 500 studenti, maschi e femmine insieme, di tutte le religioni, cristiani e musulmani, dove si impara a convivere e a non aver timore l’uno dell’altro. La scuola copre il percorso dalle medie al liceo. I corsi, molto qualificati, sono tenuti in inglese e francese. Questo permette ai giovani che escono da questa scuola di concorrere per borse di studio all’estero. Molti ex studenti sono ora nelle università di Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti.
Nella scuola si insegna la lingua curda, l’arabo e perfino l’antico aramaico. Tutte le famiglie fanno a gara a inserire i loro figli perché la scuola dà buone prospettive per il loro futuro. Ma anche il loro presente ha un frutto: i giovani sono disinibiti, le ragazze col velo non si vergognano a mostrarsi truccate, a stare vicini ai loro compagni maschi; cristiani e musulmani rispettano le reciproche feste e costumi. Una situazione molto diversa da quanto succede a Mosul. Mi raccontano che un ragazzo cristiano giocava sempre con un suo amico coetaneo musulmano. A un certo punto un giorno il musulmano dice all’altro: “Non gioco più con te. Mio zio mi ha detto che non devo giocare con i cristiani”. E l’amicizia è finita. Almeno per ora.
Fonte:presenza.com
 

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