Una soluzione per i curdi in Turchia?


analisi di Francesca La Bella
Le agenzie di stampa internazionali ci dicono che da qualche giorno esisterebbe una “roadmap” per avviare un soluzione del conflitto tra autorita’ turche e il popolo curdo che prevede anche il disarmo del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan)……. Molti sono i punti in sospeso da analizzare per cogliere la reale portata di quello che sta accadendo.
Numerosi sono stati i tentativi di accordo negli anni passati, ma mai si era giunti ad una soluzione duratura e ben strutturata. Dopo che nel mese di ottobre dell’anno passato lo sciopero della fame di 700 prigionieri curdi, accusati di collusione con il PKK, era stato interrotto dall’intervento di Abdullah Öcalan, leader storico del partito, la trattativa tra le due parti ha, però, riacquistato nuovo vigore. Così a metà dicembre alcuni membri del MIT (intelligence nazionale turca) hanno visitato la prigione Imrali in cui il leader è detenuto dal 1999, per discutere la possibilità di una trattativa di pace tra Governo turco e movimento armato. A seguito di questi colloqui, rimasti parzialmente segreti e confermati solo in parte da fonti ufficiali, si sarebbe giunti ad un accordo articolato in più fasi che dovrebbe consentire la fine delle ostilità tra Governo centrale e partito armato curdo.

Secondo fonti giornalistiche il piano prevederebbe che, in una prima fase, il PKK ritiri le sue forze dal sud della Turchia e, successivamente, deponga tutte le armi ancora in suo possesso. In seconda battuta ad alcuni verrebbe concesso l’esilio in Europa, mentre per altri, stanziati perlopiù nell’area dei Monti Qandil (nord-Iraq), sarebbe prevista un’amnistia generale che permetta loro di tornare in Turchia e di reinserirsi nella vita politica del Paese. Coloro che sono incarcerati in terra turca per connivenza con il PKK dovrebbero, invece, essere progressivamente rilasciati. Infine dovrebbe essere stanziata una forza di pace nel sud del Paese che garantisca la sicurezza dell’area durante la fase di transizione. Parallelamente dovrebbero essere promosse iniziative a sostegno del riconoscimento dell’identità curda e dovrebbe essere garantito il voto popolare per i governatori locali.

Questo piano lascia, però, alcuni problemi irrisolti senza la cui soluzione non si potrà proseguire nella messa in atto della tregua. In primo luogo è necessario sciogliere il nodo delle condizioni di detenzione di Ocalan. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha escluso la possibilità di ammorbidimento delle condizioni di isolamento o di concessione di arresti domiciliari per il leader curdo. Per potersi fare portatore del piano di pace presso gli interlocutori curdi, Ocalan avrebbe, però, bisogno di comunicare con loro e, per quanto nell’accordo dovrebbe essere prevista la possibilità di inviare alcune lettere che spieghino la sua posizione ai principali attori in campo, la questione è lungi dall’essere risolta. A settembre si stimava che dall’inizio dell’anno fossero stati uccisi circa 500 militanti del PKK e da allora il numero dei caduti ha continuato a salire. A tal proposito il Governo turco ha sottolineato che la “lotta al terrorismo” correrà parallela rispetto al processo di pace. Un nuovo pesante scontro tra forze militari turche e militanti del PKK potrebbe, però, bloccare le trattative facendo naufragare il piano di pace come già avvenne nel 2009.

E’ importante sottolineare, inoltre, come nel progetto non ci siano precise indicazioni in merito alla gestione amministrativa della regione curda e ai diritti dell’etnia curda all’interno della Turchia. A tal proposito Murat Karayilan, attuale leader del KCK (Unione delle comunità curde, organizzazione che include vari partiti e gruppi curdi tra cui anche il PKK), ha dichiarato che i colloqui potranno essere giudicati positivi solo se il Governo turco riuscirà a dimostrare con interventi legislativi importanti che vuole la pace con i curdi e non il semplice indebolimento del PKK.

Infine bisogna considerare il contesto internazionale. Molti analisti mettono in connessione l’avvio di questo processo con l’esacerbarsi della crisi siriana. Alcuni si spingono ad affermare che nell’accordo sarebbe incluso l’impegno di Ocalan a tentare di convincere il siriano PYD (Partito curdo di unità democratica) a togliere il proprio sostegno ad Assad in cambio di un migliore trattamento dei curdi in terra turca. Tutto questo verrebbe fatto per scongiurare la creazione di un Kurdistan siriano sullo stesso confine su cui già affaccia il Kurdistan iracheno e le conseguenti richieste di uguale trattamento anche per i curdi turchi. I processi internazionali non sono, però, lineari e predeterminabili e gli effetti di un’azione di questo tipo potrebbero essere molto diversi dalle previsioni.

Gli eventi sono così imponderabili che quest’articolo era già finito nel momento in cui è arrivata la notizia dell’assassinio di tre militanti curde a Parigi. E’ ancora presto per fare delle valutazioni e provare ad ipotizzare quali possano essere i mandanti di questo omicidio, ma risulta evidente che la morte di Sakine Cansiz, co-fondatrice del PKK e figura di spicco del movimento, Fidan Dogan, presidente del Centro di Informazione Curdo e membro del KNK (Congresso nazionale curdo con sede a Bruxelles) e Leyla Soylemez, giovane attivista, potrebbe modificare radicalmente lo scenario finora presentato qualunque sia stata la mano ad armare l’assassino. I manifestanti riversatisi fuori dal Centro che urlavano la loro rabbia contro Erdogan e la Turchia, a loro parere mandanti di questi omicidi, e il Primo Ministro turco che, dal Senegal, parlava di diatribe interne al partito curdo come possibile motivazione dell’azione sono le due facce della reazione all’evento e la fine delle trattative sembra essere dietro l’angolo.
Solo il tempo ci potrà dire se questo omicidio segnerà una battuta d’arresto temporanea della roadmap o se sarà l’inizio di una nuova escalation armata tra le parti, certamente il corso degli eventi futuri sarà diverso dopo questa notte di sangue.Nena News

Fonte:12 gennaio 2013, Nena News –

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