Tra primavera araba ed inverno europeo


di Ernesto Gallo e Giovanni Biava

Quando a fine 2010 giovani, poveri, disoccupati e altre vittime di regimi corrotti sono scesi in piazza a sfogare la loro rabbia in Tunisia ed Egitto, e’ sembrato per un momento che una fiamma si fosse accesa……. . Anche da questo lato del Mediterraneo corruzione, nepotismo e disoccupazione non mancano. Forse che i cittadini europei, come i loro pari maghrebini ed egiziani, sono pronti a diventare soggetti attivi della storia? In realta’, a distanza di oltre un anno e mezzo, gli entusiasmi sono venuti meno. La trama della primavera araba e’ diventata complessa e sfuggente ed i suoi attori iniziali sembrano destinati ad un piu’ triste autunno, non cosi’ diverso dall’inverno di noi europei. Vediamo che cosa e’ accaduto e chi, per ora, ci ha guadagnato e perso.

Gli USA. Dopo l’Iraq e l’Afghanistan, sono loro i ‘registi’ della primavera araba? E’ quest’ultima il risultato di una ‘profezia autoavverante’ lanciata dai neoconservatori dell’amministrazione Bush prima dell’11 settembre? Dobbiamo credere all’idea, propugnata nel Project for a New American Century, di un ‘impero americano in Medio Oriente’? Il supporto americano (e turco) alle insurrezioni e’ ben documentato, cosi’ come la partecipazione all’intervento in Libia e l’uso di forze speciali e di intelligence in tutta l’area. Il movimento egiziano ‘Gioventù’ del 6 Aprile’ ha goduto di sostegno e preparazione statunitensi, e la spesa per la ‘diffusione della democrazia’ da parte del National Endowment for Democracy e del reaganiano International Republican Institute (il cui chairman e’ John McCain, l’ex avversario di Obama) non e’ certo una sorpresa. Blitz come quello che ha di recente decapitato i vertici dell’intelligence siriana hanno i tratti di un’operazione occidentale, americana o magari israeliana. Tutto cio’ premesso, pero’, non e’ affatto detto che gli USA facciano bottino pieno. La Siria, ben piu’ della Libia, e’ un alleato di Mosca, che e’ molto piu’ in salute di qualche anno fa e non ha certo rinunciato alle proprie ambizioni mediterranee. E se nel recente tragico attentato in Bulgaria ci fosse uno zampino russo? Chi sono poi i nuovi alleati degli USA? I Fratelli Musulmani? I sovrani del Golfo?

I Fratelli ed il petrolio. Chi sono dunque i Fratelli Musulmani? Un movimento con radici fondamentaliste, come si pensa spesso con riferimento al suo fondatore, Hassan al Banna? O una potenziale forza religiosa e moderata, una DC islamica – come Washington spererebbe? Per intanto, il nuovo presidente egiziano Morsi ha alle spalle studi e ricerche negli USA, mentre il secondo in comando dei Fratelli e’ il milionario El-Shater, uomo d’affari favorevole a privatizzazioni e mercato. E se Washington avesse visto giusto – per i suoi interessi?
Quando si parla di denaro, non si possono poi dimenticare i signori del petrolio e del gas. I vincitori ‘locali’ della primavera araba sono loro. Hamad al-Thani, emiro del Qatar, combina magnificamente politica ed affari. Ago della bilancio nella regione del Golfo, al-Thani ha massicciamente contribuito alla rimozione di Gheddafi in Libia e sta organizzando le forze sunnite in Siria. Nel frattempo, ha fatto suoi il 14.9% della Borsa di Londra, ¼ del colosso della distribuzione Sainsbury’s, e alcuni simboli della Londra di ieri e di oggi, da Harrods al nuovissimo grattacielo The Shard. Peccato che in Qatar di democrazia ce ne sia poca, con un’assemblea ‘parlamentare’ esclusivamente consultiva. Molto peggio in Arabia Saudita, il peso massimo della regione, nonche’ membro del G-20. E’ il maggiore esportatore mondiale di petrolio, e Forbes valuta il re Abdullah il sesto uomo piu’ potente del pianeta. Mentre ha stroncato la rivolta nel vicino Bahrein, la monarchia Saudita (secondo l’Economist, il settimo paese piu’ autoritario del mondo) ha appoggiato senza riserve i ribelli libici e siriani, nel nome di un Medio Oriente piu’ sunnita e lontano dall’Iran sciita. Insomma, se i vincitori sono monarchie che ricorrono alla polizia religiosa (cosi’ dalle parti di Riyadh) e non riconoscono alle donne il diritto di guidare un’automobile, difficile pensare che la ‘primavera’ araba abbia avuto successo.

Se allarghiamo lo sguardo oltre ed al di la’ del Medio Oriente, non e’ difficile riconoscere gli sconfitti. Ancora una volta, tra essi c’e’ l’Unione europea. Mentre il Mediterraneo e’ scosso da grandi cambiamenti, l’Europa si distingue per divisione ed inconsistenza. In Libia, intervengono Gran Bretagna e Francia, con la Germania sul fronte degli astenuti; in Siria, l’Europa non riesce a proporsi quale mediatore tra ingerenze occidentali e intransigenze russe, con il risultato che il massacro dei civili e’ andato avanti. Riconoscendo il governo d’opposizione (Syrian National Council) gia’ il 21 novembre 2011, la Francia (ex potenza coloniale) ha poi inferto un colpo immediato alle speranze di un approccio ‘europeo’ al problema. Piu’ in generale, tutto il Mediterraneo si e’ trasformato nel corso di un paio d’anni in un campo di battaglia per attacchi, militari e finanziari, provenienti da oltre oceano (ed in parte, oltre Manica): NATO e Wall Street, la City ed il Pentagono. Esiste forse una regia comune? Un tentativo generale e coordinato di destabilizzare l’intera regione?

Non e’ un segreto invece che la democrazia sia in pericolo quasi ovunque. A dispetto delle battaglie – spontanee – dei milioni scesi in piazza a Tahrir Square o a Tunisi per protestare contro l’aumento dei prezzi, a partire dal pane. In Egitto, preoccupano i 111 seggi ottenuti dai Salafisti di Al-Nour, espressione di un Islam radicale; oltre al ruolo, sempre centrale, delle forze armate, che piu’ di altri gruppi godono della fiducia americana. In Libia, odi tribali e tensioni regionali minacciano la solidita’ di un paese che per qualche tempo aveva raggiunto standard economici assai superiori ad ogni altro paese africano. Quanto ai paesi del Golfo, la protesta in Bahrein del 9 marzo 2012, che ha coinvolto 150,000 persone, tra cui medici, informatici, ed esponenti di un’attiva classe media, e’ stata stroncata nel sangue con il supporto della polizia e delle forze armate saudite, espressione della piu’ assoluta tra le monarchie rimaste sul pianeta.

L’Unione europea, al di la’ delle dicharazioni, e’ sempre rimasta in silenzio. Cio’ e’ un peccato, ed un errore politico. Il mondo arabo, soprattutto nella sua espressione piu’ popolare, non ha mai dialogato con le potenze occidentali, al di la’ di meri interessi economici o di potere. Gli USA, la Gran Bretagna, la Francia, sono stati di solito percepiti come predatori ed imperialisti. Ai tempi di Mattei, l’Italia ‘giovane’ dell’ENI era riuscita a ritagliarsi un ruolo importante, grazie alla sagacia, sottigliezza e lungimiranza dell’imprenditore marchigiano. Dal Marocco alla Persia passando per l’Egitto di Nasser, Mattei aveva fatto colpo. Forse ci vorrebbe un Mattei europeo, o un’Europa ‘giovane’, piu’ ‘mediterranea’ e distaccata dal retaggio coloniale di cui i singoli Stati sono pur sempre eredi. A Bruxelles pero’ non sembrano pensarci.

Ringraziamo Matteo Laurenti per l’ispirazione profetica…

fonte:linkiest
 

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