“In Iraq la sfida della riscostruzione non è stata ancora vinta”

Aggiornato il 03/05/18 at 04:33 pm


Intervista a Aymenn J. Al-Tamimi
di Costantino Pistilli
Da quando i riflettori arcobaleno si sono spenti sull’Iraq, l’attenzione è calata sulla vicende di una nazione che fece riempire le piazze di manifestazioni pacifiste, i balconi di bandiere e apparire le tigri tra la neve. Eppure, almeno ogni settimana da più di cinque anni un attentato suicida falcia le vite di semplici cittadini…… La “terra in mezzo ai fiumi” è infatti l’arena dove più si consuma l’atavica guerra tra sciiti e sunniti. Solamente nella giornata di oggi (3 Luglio) un’ondata di attentati esplosivi nelle città di Diwaniya e di Kerbala – città santa per gli sciiti – è costata la vita ad almeno 50 pellegrini devoti al cugino primo e genero del profeta Maometto, tra cui donne e bambini.
Per cercare di capire cosa stia accadendo in Iraq, soprattutto dopo il ritiro Usa, abbiamo rivolto qualche domanda a Aymenn Jawad Al-Tamimi esperto del medio oriente, adjunct fellow presso il Middle East Forum e autorevole firma di prestigiose testate come National Review, Gatestone Institute, Haaretz o Jerusalem Post.
Cosa è cambiato dal ritiro degli Usa dall’Iraq?
In verità, non molto anche se complessivamente la violenza non è aumentata dopo il ritiro degli Stati Uniti. L’influenza degli Stati Uniti nel Paese era in declino da parecchio tempo, da quando si è saputo del “ritiro”. La presenza delle truppe statunitensi era diventata sempre più irrilevante nonostante stessero addestrando le forze irachene alla contro-insorgenza visto che mancano dell’opportuno know-how e dimostrano di non essere in grado di ridurre la violenza degli attentati suicidi sebbene, in generale, la vita è tornata ad uno stato di normalità rispetto alla guerra civile del 2006-07.
Perché gli Stati Uniti sono tornati a casa?
Il governo degli Stati Uniti mirava a mantenere una presenza oltre il termine di ritiro del 31 dicembre 2011 in base allo Status of Forces Agreement (SOFA) firmato tra l’amministrazione precedente e Baghdad. Tuttavia, alla fine qualcosa è andata storta perché a causa della questione dell’immunità per le truppe statunitensi. La maggior parte delle fazioni politiche irachene aveva concordato l’idea di mantenere una piccola ed estesa presenza di truppe degli Stati Uniti (non più di poche migliaia) come formatori per le forze di sicurezza irachene, ma, a causa di alcuni incidenti -come lo scandalo degli abusi nella prigione di Abu Ghraib – è stato deciso che nessuna immunità da procedimenti giudiziari nei tribunali iracheni doveva essere concessa ai militari Usa. Il governo americano non poteva accettare questa condizione. Di qui il ritiro, in conformità con il piano originale è andato avanti, con un Obama che lo sostiene per mantenere la sua promessa elettorale. Infatti, i dati dei sondaggi indicano che la maggior parte degli americani ha sostenuto questa scelta.
A distanza di anni possiamo dire che l’America di George W. Bush non sbagliò a dichiarare guerra contro l’Iraq di Saddam?
Agli americani questa guerra è costata molto. Inoltre, la rimozione di Saddam ha incoraggiato gli iraniani a mettere radici sempre più profonde nella Regione. Dopo tutto, Saddam è stato uno strenuo oppositore di Teheran e il far sembrare di avere le armi di distruzione di massa era un modo di dissuadere l’Iran dal cercare di indebolire il proprio regime. Inoltre, per la fase di ricostruzione sono stati sprecati miliardi di dollari e complessivamente ancora non è riuscita. Gli Usa piuttosto che prendere in considerazione la situazione reale hanno puntato su progetti troppo ambiziosi e così a Fallujah, ad esempio, un sistema di trattamento delle acque reflue è stato lasciato incompiuto e ora manca il personale iracheno qualificato per finire quel lavoro. In termini puramente morali – anche se va sottolineato che la politica estera non è condotta solamente o principalmente sulla base della moralità – penso che ci sia più di una zona grigia: e se Saddam fosse rimasto al potere fino ad oggi con tutte le rivolte che hanno colpito il Medio Oriente e il Nord Africa? Quante persone sarebbero morte? Più che nella guerra civile? Ci sono molte incognite. In termini di qualità della vita prima e dopo l’invasione, direi che la questione è difficile da giudicare perché di statistiche affidabili, sotto il regime Saddam, sono difficili da recuperare: è chiaro, comunque, che con lo scadere delle sanzioni c’è stato un ritorno alla normalità della vita irachena e infatti la mortalità infantile è diminuita e i tassi di frequenza scolastica sono aumentati. Il Kurdistan, nel frattempo, grazie al boom edilizio sta diventando molto moderno a differenza di Baghdad dove la produzione energetica è diminuita da quando l’offerta non ha tenuto il passo con la crescente domanda. Insomma, gli standard di vita non sono ancora quelli della prima metà degli anni 1970 quando c’era stato il boom economico del petrolio. Il governo centrale non sta dimostrando di essere in grado di liberalizzare l’economia e questo crea di disordini civili dovuti alla disoccupazione: nel 2011, infatti, si accese una protesta denominata il ‘Giorno della Rabbia” che attirò migliaia di manifestanti, ma che si è notevolmente ridimensionata nel corso dei successivi mesi a tal punto che oggi le manifestazioni di dissenso contro il governo centrale sono portate avanti solo da una decina di partecipanti, mentre nel Kurdistan iracheno le proteste sono state già represse dall’aprile dello stesso anno.
Ora qual è la situazione in Iraq?
Attualmente in Iraq si è parlato molto di un voto di sfiducia contro il primo ministro Nouri al-Maliki, sostenuto da Massoud Barzani (Presidente del Kurdistan iracheno), dai membri della coalizione Al Iraqiya Iyad Allawi Ayad e da alcuni tra i sadristi (che spesso rilasciano dichiarazioni contraddittorie in materia); a loro volta, i membri del blocco al-Maliki stanno cercando di mettere sotto accusa Osama al-Nujaifi, speaker del parlamento iracheno, attraverso un voto di sfiducia. Tuttavia, Maliki è ancora troppo difficile da spodestare, soprattutto per questioni di crescita energetica ed economica. Mi spiego: il governo del primo ministro Nouri al-Maliki è stato particolarmente colpito lo scorso ottobre 2011, quando il gigante statunitense Exxon Mobil ha sfidato Baghdad e ha firmato un accordo di esplorazione con il governo regionale curdo; ora, il governo regionale del Kurdistan si sta accordando con la Turchia per esportare petrolio attraverso la pipes lines Kirkuk-Ceyhan nel tentativo di incrementare la produzione di oro nero (i ricavi del petrolio sono scesi del 17,6 per cento dal mese di maggio nda) ma come ha osservato Joel Wing, non c’è stato un accordo firmato tra la Regione autonoma del Kurdistan iracheno (KRG) e la Turchia per costruire oleodotti indipendenti e per esportare le risorse di direttamente da Ankara. Infatti il governo turco sta aspettando un lascia passare ufficiale dal Ministro del Petrolio iracheno e usa questa carta per persuadere Maliki affinché il mandato di arresto ai danni del Vice Presidente Tariq al-Hashim, accusato sostenere il terrorismo domestico, venga ritirato.
Fonte: l’Occidentale

Lascia il primo commento

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*