IL REPORTAGE I custodi di Diyarbakir Nel Kurdistan turco si lavora per fissare le ballate dei cantastorie.

di Antonella De Biasi
Seydo tiene tra le mani rugose un tasbeeh giallo con cui gioca nervosamente. I grani del tipico rosario musulmano gli scorrono tra le dita, mentre fissa il bicchiere di tè bollente in silenzio. Seydo Şimşek è un cantastorie, un mestiere che oggi sta scomparendo.
Qui a Diyarbakir, città del sud est della Turchia e capitale ufficiosa del Kurdistan turco, è uno dei più anziani dengbêj, come si chiamano i detentori della tradizione orale curda.
Seydo è nato nel 1938 in un piccolo distretto poco distante dalle possenti mura di basalto della città e, rimasto orfano, è cresciuto con uno zio. Non è mai andato a scuola, parla solo curdo, lingua non ufficiale del Paese.
Nella vita Seydo ha fatto tanti lavori: il pastore, l’artigiano, il calzolaio. E dopo essersi trasferito in città ha fatto persino il netturbino. Nonostante gli anni, ciò che porta con sé, e che ripete a memoria come un mantra, sono le storie imparate da bambino quando portava le pecore al pascolo.
LA MEMORIA E LA SOPRAVVIVENZA. «Ci servono per ricordare e per esistere. In passato, al nostro popolo era persino impedito di cantare», ha spiegato timidamente a Lettera43.it. «Oggi per fortuna c’è questo centro in cui noi anziani recitiamo le nostre storie affinché non vadano perdute».
La municipalità di Diyarbakir nel 2007 ha creato la Casa dei dengbêj per celebrare la tradizione dei cantastorie e per registrare i kilams, le canzoni della tradizione orale curda in modo da preservarle. È già stata pubblicata una antologia (Antolojiya Dengbêjan) in curdo, turco e inglese, finanziata dall’Unione europea, ma negli assolati pomeriggi di Diyarbakir, tra una sigaretta e un tè, il lavoro di catalogazione continua.

L’uso della lingua curda permesso solo nel 1991

La casa dei cantastorie sorge nel cuore della città vecchia, in un’antica abitazione della città vecchia, in un’antica abitazione popolare. Nell’ampio cortile antistante al ballatoio, si scava quotidianamente nella memoria. Uno dopo l’altro i dengbêj prendono la parola e raccontano le loro storie. La narrazione si trasforma in un dialogo a più voci; a volte in una vera e propria gara nella quale ognuno aggiunge dettagli e sfumature alla trama.
La ballata di Seydo è la storia di una faida di sangue tra due uomini. Nel racconto sono presenti l’attesa, la speranza di pace, poi l’inganno e la fuga. Il suono della sua voce però è così dolce che il tema sembra un altro.
I CANTI DEL LAVORO. «Ricordo che, durante il lavoro dei campi, nei momenti di fatica c’era qualcuno che iniziava a cantare e poi, a turno, si andava avanti per ore. Sembra una cosa impossibile da fare oggi, ma conservare la lingua e la tradizione per noi era fondamentale», ha aggiunto Seydo.
I canti e le ballate sono tutti anonimi: si raccoglievano di villaggio in villaggio, a memoria. Tradizionalmente erano cantati dagli uomini, mentre le donne componevano i testi.
Nella vita culturale del popolo curdo – una volta diviso in feudi e oggi dai confini di Iraq, Iran, Siria e Turchia – la musica ha sempre avuto una precisa funzione sociale.
LA FUNZIONE SOCIALE. Durante il civat, la riunione serale del villaggio, gli anziani mettevano insieme i pezzi della travagliata storia curda e li condividevano con i più giovani, per non perderne memoria. I kilam, le canzoni, rallegravano poi i matrimoni, gli eventi tragici o le celebrazioni del Newroz, il Capodanno curdo.
Tuttavia, a lungo le ballate sono state cantate di nascosto, soprattutto dopo il colpo di Stato del 1980 in Turchia. «La lingua curda era illegale e così ci sono stati 10 anni di completo vuoto», ha spiegato Hílmî Akyol, responsabile del centro documentazione sui dengbêj e tra i promotori dell’antologia. «Poi nel 1991, col governo di Halil Turgut Özal, è stato nuovamente permesso l’uso della lingua curda. Molto, purtroppo, è andato perduto. Oggi nel centro c’è un solo ragazzo di 23 anni che canta seguendo la tradizione dei dengbêj e nel mondo solo una cinquantina di persone è in contatto con noi e porta avanti la ricerca su questo aspetto della storia curda».

L’attesa per la nuova Carta costituzionale Tra i dengbêj non esistono fama o popolarità: a prevalere è il contenuto narrato. Il cantore, sebbene rispettato dalla comunità, è solo un mezzo. «Gli aedi sono tutti diversi, come diverso è il profumo di ogni rosa. Un ascoltatore attento capisce subito il luogo di provenienza attraverso il timbro della voce. Quelli del nord, dove fa più freddo, hanno una voce molto alta, invece dal sud si tende a produrre un suono più basso e le strofe delle ballate sono più lunghe», ha sottolineato Akyol.
Ora, forse, per i cantori è giunto il momento del riscatto: dopo le elezioni dello scorso 12 giugno, si stenderà una nuova Carta costituzionale, che – hanno detto al centro culturale – dovrà tener conto anche delle minoranze e quindi della lingua e della cultura curde.
I vecchi cantori potrebbero a breve non essere più i soli custodi del patrimonio di una terra e di un popolo.

Fonte:Lettera43
 

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