L’Iran e la battaglia per il mondo arabo


Un’accoglienza da eroe, riservata ad Ahmadinejad da decine di migliaia di libanesi nella roccaforte sciita di Bint Jbeil, nel sud del Libano, ha sancito la scorsa settimana il successo della storica visita del presidente iraniano nel “paese dei cedri”. A soli cinque chilometri dal confine israeliano, in una cittadina che aveva patito enormi sofferenze sotto i pesanti bombardamenti israeliani nella guerra del 2006, Ahmadinejad ha dato sfogo alla sua retorica anti-israeliana affermando, in mezzo a un mare di bandiere dell’Iran, di Hezbollah e di Amal, che lo stato ebraico è condannato all’estinzione.
Gli sforzi che israeliani ed americani avevano inutilmente profuso per costringere il governo libanese a cancellare la visita del presidente iraniano non hanno fatto altro che ingigantire la portata di questo successo. La trionfale accoglienza di Ahmadinejad in Libano ha suggellato il completo fallimento della dottrina Bush e dei suoi tentativi di sconfiggere Teheran ed i suoi alleati.
Le devastanti quanto inconcludenti guerre israelo-americane dell’era Bush, terminate con la guerra di Gaza a cavallo fra il 2008 e il 2009, hanno rafforzato l’influenza iraniana, spingendo alcuni fra gli stessi alleati arabi degli USA ad adottare un atteggiamento più pragmatico nei confronti di Teheran.
Il risultato, reso evidente dal discorso di Ahmadinejad in Libano, è che l’Iran è ormai un attore essenziale nel conflitto arabo-israeliano. Il declino delle potenze regionali arabe ed il loro ruolo sempre più marginale a sostegno della causa palestinese, l’intransigenza israeliana e l’inefficacia di Washington nel suo ruolo di “mediatore” tra le due controparti, hanno permesso a Teheran di “colmare” il vuoto politico che si era venuto a creare in Medio Oriente.
Allo stesso tempo, è necessario non sovrastimare la portata dell’influenza iraniana in Medio Oriente, ed in Libano in particolare.
Del temuto golpe, che Ahmadinejad – secondo alcuni commenti allarmistici apparsi sulla stampa israeliana ed occidentale – avrebbe dovuto compiere in Libano con il sostegno di Hezbollah, non vi è traccia.
La visita del presidente iraniano va considerata piuttosto alla luce dei rapporti storici che legano il Libano all’Iran. Come hanno osservato alcuni commentatori libanesi, l’influenza iraniana in Libano non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno.
I legami tra la comunità sciita libanese e quella iraniana risalgono infatti al XVI secolo, quando Shah Ismail I, il fondatore della dinastia safavide, introdusse lo sciismo come religione di stato in Persia e si rivolse ai dotti sciiti libanesi perché lo aiutassero a diffondere la nuova fede. Fu quello l’inizio di uno stretto legame fra le due comunità, che sussiste ancora oggi, e che contribuisce a spiegare il rapporto che lega Hezbollah alla Repubblica islamica iraniana.
Allo stesso tempo, il Libano rimane un paese di frontiera, sospeso fra Oriente e Occidente, storicamente legato alla Siria, con una forte presenza cristiana, ed al cui interno l’Arabia Saudita gioca un ruolo politico ed economico importante.
La complessità del Libano ha reso questo paese un terreno di scontro regionale, ed è all’origine delle tensioni attualmente esistenti all’interno del paese, il quale rimane profondamente diviso, e in bilico tra una fragile stabilità ed un nuovo scivolamento verso il caos.
L’Iran nel mondo arabo: baluardo della “resistenza” o del settarismo sciita?
In ogni caso – hanno osservato alcuni – la visita di Ahmadinejad aveva a che fare con gli obiettivi di politica estera del’Iran, non con la realtà politica interna libanese.
L’Iran è impegnato in una guerra fredda con Israele in primo luogo, e con gli Stati Uniti in seconda battuta, ed i suoi sforzi a livello regionale sono volti ad orientare l’animosità araba contro Israele e a disinnescare ogni possibile ostilità nei confronti di Teheran. L’obiettivo del regime iraniano è quello di creare attorno a sé una “cintura difensiva” che scongiuri ogni possibile attacco militare da parte di Washington o di Tel Aviv.
Pertanto in Libano Ahmadinejad ha bilanciato la sua retorica anti-israeliana con affermazioni esplicite a sostegno del progetto nazionale libanese, esprimendo il proprio appoggio all’unità del paese e delle sue forze politiche. Per sottolineare tale messaggio, egli si è incontrato non solo con il segretario generale di Hezbollah, ma con il presidente libanese, il cristiano Michel Suleiman, e con il primo ministro sunnita Saad Hariri, sostenuto dall’Arabia Saudita e dagli USA.
Alcune fonti sostengono che il presidente iraniano abbia voluto esprimere il proprio appoggio all’intesa siro-saudita che garantisce la stabilità in Libano, come confermerebbe la telefonata fatta da Ahmadinejad al re saudita Abdullah, alla vigilia del proprio viaggio libanese.
In altre parole, l’atteggiamento tenuto da Ahmadinejad in Libano indicherebbe che l’Iran è intenzionato ad evitare uno scontro settario nel paese, ed in generale a smorzare le tensioni sunnito-sciite in Medio Oriente, ed a far trionfare invece il messaggio della “resistenza ad Israele” (tuttavia, a giudicare dalle reazioni di questi giorni nel regno saudita, baluardo dell’ortodossia sunnita, non è affatto detto che Teheran riuscirà nel proprio intento).
Negli ultimi mesi si erano intensificati i contatti diplomatici fra Teheran e diversi paesi arabi. Un recente accordo ha sancito la ripresa dei voli diretti fra l’Iran e l’Egitto, anche se i rapporti diplomatici tra i due paesi rimangono interrotti dal 1979 (dopo che l’Egitto firmò un trattato di pace con Israele e diede asilo al deposto scià Mohammed Reza Pahlavi).
Il 22 settembre Ahmadinejad si era incontrato con il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa, a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York. Quest’ultimo sostiene da tempo la necessità di un dialogo con Teheran.
Finalizzata ad un miglioramento dei rapporti fra sunniti e sciiti nel mondo arabo-islamico è anche la fatwa recentemente emessa dall’Ayatollah Ali Khamenei che proibisce di offendere simboli dell’ortodossia sunnita.
Mentre le pressioni internazionali nei confronti dell’Iran rimangono forti, e le sanzioni colpiscono duramente la sua economia, Teheran sembra aver maturato la convinzione di dover a tutti i costi rompere il suo isolamento a livello regionale, e le sue recenti politiche stanno registrando un certo successo.
Gli sforzi di Teheran devono tuttavia confrontarsi con diffidenze e inimicizie storiche, che hanno aperto un profondo solco fra l’Iran e gran parte dei regimi arabi.
Sostenendo i movimenti della “resistenza” araba nel Vicino Oriente – come Hamas, Hezbollah, e la Jihad Islamica – senza alcuna discriminazione ideologica o confessionale, ed essendo alleato con il regime siriano (storico sostenitore del nazionalismo panarabo), l’Iran si è guadagnato consensi fra le masse arabe e fra tutti coloro che nel mondo arabo sostengono questi movimenti.
Agli occhi di molti nel mondo arabo, la Repubblica Islamica iraniana ha preso il posto che un tempo era occupato dal presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, campione del panarabismo e della lotta di liberazione araba contro Israele.
L’ideologia di Nasser era tuttavia incentrata sul nazionalismo, laddove quella propagandata dall’Iran è un’ideologia islamica incentrata sullo sciismo. L’aspetto settario delle politiche portate avanti da Teheran, se è rimasto latente nel suo sostegno ai movimenti islamici che si oppongono a Israele, è invece emerso prepotentemente in Iraq e nel sostegno iraniano alle comunità sciite in Bahrein, in Kuwait, e nello Yemen.
Inoltre, anche l’appoggio ai movimenti sunniti come Hamas suscita la preoccupazione dei regimi arabi, poiché tali movimenti sono espressione di quell’ “Islam politico” che alimenta gran parte dell’opposizione interna a questi regimi (i quali – non bisogna dimenticarlo – sono regimi non democratici, ed in quanto tali temono ogni forma di opposizione politica).
Dunque, se agli occhi di molti nel mondo arabo il messaggio iraniano è un messaggio di liberazione dal dominio israeliano e dall’oppressione di regimi dispotici ed autocratici, per altri è un messaggio settario che contribuisce ad aumentare la polarizzazione confessionale, e che soprattutto mira ad utilizzare movimenti e minoranze sciite in altri paesi per affermare l’influenza iraniana all’interno di questi ultimi.
La battaglia per l’Iraq
Lo stato arabo dove l’Iran ha mostrato negli ultimi anni il proprio volto settario più che altrove in Medio Oriente è l’Iraq, dove Teheran ha combattuto la resistenza sunnita ed ha appoggiato partiti sciiti che hanno anteposto all’identità araba quella sciita e filo-iraniana.
Le ragioni della politica iraniana in Iraq vanno ricercate, fra l’altro, nella devastante guerra Iran-Iraq, protrattasi per otto anni a partire dal 1980. Nota in Iran come la “guerra imposta”, ovvero subita, a causa dell’aggressione di Saddam Hussein, tale conflitto provocò centinaia di migliaia di vittime, e fu caratterizzata dall’uso estensivo di armi chimiche da parte degli iracheni, le quali da sole causarono oltre 100.000 morti, sia civili che militari, fra gli iraniani.
L’Iran pertanto ha visto con favore il rovesciamento di Saddam Hussein, ha appoggiato la campagna di debaathificazione della politica e dei servizi di sicurezza dell’Iraq, ha sostenuto partiti sciiti iracheni che erano stati ospitati dal regime iraniano quando Saddam era al potere, ed in generale non vede di buon occhio l’ingresso dei sunniti iracheni nel governo di Baghdad.
Economicamente, Teheran ha incoraggiato la nascita di un rapporto di interdipendenza fra le province orientali dell’Iraq e l’Iran, cosa che fra l’altro permette al regime iraniano di estendere quella “cintura” di paesi confinanti “amici”, o dai confini “porosi”, che contribuiscono ad alleviare il peso delle sanzioni a cui l’Iran è sottoposto.
Ma la battaglia più importante che la Repubblica Islamica sta combattendo in questo momento è quella legata alla formazione del nuovo governo iracheno. Anche in quest’ambito, Teheran ha segnato molti punti a proprio favore, e potrebbe finire per vincere la partita, almeno sul breve e medio periodo.
Il primo ministro in carica Nouri al-Maliki, che era stato battuto per un soffio dalla lista Iraqiya guidata da Iyad Allawi alle elezioni del marzo scorso, sembra essere nuovamente il candidato preferito di Teheran e, in base alle notizie più recenti, potrebbe riuscire ad assicurarsi un secondo mandato.
All’indomani delle elezioni, molti davano Maliki per sconfitto. Egli appariva isolato. Il fatto di essersi allontanato dagli altri partiti sciiti dell’Alleanza Nazionale Irachena (INA) per formare una propria lista – l’Alleanza per lo Stato di Diritto – aveva indispettito Teheran. Egli si era inoltre inimicato la Siria accusandola di sostenere il terrorismo sunnita in Iraq. Negli ambienti politici iracheni erano in pochissimi a volere un secondo mandato dell’attuale primo ministro.
Ma l’Iran sembra aver perdonato Maliki. La diplomazia iraniana si è convinta che egli è “l’unico cavallo su cui poter puntare”, ed ha recentemente mediato un accordo fra Maliki ed il partito di Muqtada al-Sadr. Quest’ultimo, che attualmente risiede nella città santa iraniana di Qom, era a sua volta ormai un nemico dichiarato di Maliki, dopo che nel 2008 il premier iracheno aveva inviato l’esercito a Bassora per sgominare la milizia di Sadr, l’Esercito del Mahdi.
Come ha sostenuto un recente reportage del quotidiano britannico Guardian, il prezzo per il sostegno di Sadr al secondo mandato di Maliki sarebbe costituito da una serie di ministeri e di posti chiave nei servizi di sicurezza, e dalla liberazione dei sadristi detenuti nelle carceri irachene.
Subito dopo il raggiungimento di questo accordo, nel quale avrebbe avuto un ruolo fondamentale Qassem Suleimani, comandante delle brigate Qods (il corpo d’élite della Guardia Rivoluzionaria iraniana), il grosso dell’INA ha annunciato di sostenere la candidatura di Maliki.
A questo punto rimaneva da superare l’ostacolo rappresentato dal veto della Siria. Nel corso della sua visita a Damasco, lo scorso 18 settembre, il presidente iraniano Ahmadinejad ha convinto il suo omologo Assad a dare il via libera siriano.
La Siria, che nei mesi passati aveva sostenuto la candidatura di Allawi, ha evidentemente ritenuto talmente insostituibile l’alleanza con l’Iran da accogliere le insistenze iraniane. Damasco ha anche accettato di inviare nuovamente il proprio ambasciatore a Baghdad dopo che lo aveva richiamato più di un anno fa.
Le tappe fondamentali di questo accordo, qui riassunte sommariamente, sono state accompagnate da una serie impressionante di viaggi e di visite ufficiali di politici iracheni di primo piano a Teheran, Damasco, Riyadh, ed in altre capitali del Medio Oriente. Ma è evidente che, almeno fino a questo momento, le sedi decisive per definire il futuro dell’Iraq sono state Teheran e Damasco.
Maliki deve ora assicurarsi il consenso dei curdi per poter formare un nuovo governo (i sunniti non sono esclusi a priori dal nuovo esecutivo, ma non sono più determinanti). E’ evidente che, in Iraq, ancora non tutti i giochi sono fatti, e che restano molte incognite sul terreno, ma alcune conclusioni si possono trarre.
Il futuro governo iracheno, e con esso il futuro del paese, si sta decidendo fuori dall’Iraq, nelle capitali dei paesi confinanti.
Vi sono pressioni nei confronti della lista Iraqiya affinché il suo leader Allawi accetti la carica di presidente del parlamento. Se ciò dovesse accadere (cosa tutt’altro che scontata, vista l’opposizione di Allawi fino a questo momento), potrebbe consolidarsi lo schema già applicato nella precedente legislatura, in base al quale il governo va ad un esponente sciita, la presidenza del paese ad un curdo, e la presidenza del parlamento ad un sunnita.
Sebbene questo principio non sia sancito dalla costituzione, emergerebbe in Iraq una “democrazia confessionale di fatto”, sulla base del modello libanese, con l’unica differenza che in questo caso sarebbero gli sciiti ad avere la posizione dominante.
Ma anche se questo modello confessionale non dovesse emergere in maniera così chiara, la “libanizzazione” dell’Iraq è ormai già un fatto compiuto. Qualunque sia il prossimo governo, esso sarà il risultato di accordi fra le potenze confinanti e di fragili equilibri confessionali ed etnici, piuttosto che della volontà sovrana del popolo iracheno.
Tale governo sarà estremamente instabile e la sua azione politica sarà soggetta a frequenti paralisi. Ma soprattutto, l’Iraq sarà – come il Libano – estremamente permeabile alle crisi ed alle tensioni regionali, e potrà facilmente diventare il terreno di scontro di “conflitti per procura”.
Se l’attuale situazione dovesse essere confermata e Maliki dovesse riuscire a formare un nuovo governo, i principali sconfitti sarebbero gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita.
Gli USA avevano appoggiato un ipotetico “condominio” tra Allawi e Maliki, con quest’ultimo come primo ministro. Ma, essendo ora Maliki sostenuto da un fronte sciita ricompattato, al cui interno il movimento sadrista fa la parte del leone, è evidente che, anche se Allawi entrasse a far parte dell’esecutivo, Washington avrebbe a che fare con un governo fortemente influenzato da Teheran.
Un discorso analogo vale per l’Arabia Saudita, che ha sempre sostenuto la candidatura di Allawi, ed è assolutamente ostile ad un governo Maliki, che considera apertamente filo-iraniano.
Tuttavia, anche qualora l’Iran dovesse riuscire ad imporre i propri piani, è evidente che Maliki dovrà promettere di condurre un politica meno settaria di quanto aveva fatto in passato. Egli dovrà cercare l’appoggio di Damasco per lanciare un’iniziativa di riconciliazione nazionale e per garantirsi l’appoggio – o quantomeno la non-belligeranza – dei sunniti.
Il ruolo di Damasco non va sottovalutato neanche nell’accordo che ha portato Muqtada al-Sadr – sciita, ma allo stesso tempo “nazionalista iracheno”, e fortemente anti-americano – ad accettare di sostenere la candidatura di Maliki. A questo accordo avrebbe preso parte, fra l’altro, perfino il libanese (e filo-siriano) Hezbollah, nel quadro di un piano complessivo sponsorizzato dal cosiddetto “asse della resistenza” arabo-iraniano e sunnito-sciita volto ad allontanare il più possibile l’influenza americana dalla regione mediorientale.
Un governo Maliki sponsorizzato da Teheran e da Damasco, che adottasse una politica meno settaria in Iraq, avrebbe due caratteristiche: da un lato sarebbe in armonia con la nuova politica iraniana di “riappacificazione” con il mondo arabo sunnita, alla quale si era accennato sopra; dall’altro sarebbe più vicino all’ “asse della resistenza” di cui fanno parte Iran, Siria, Hamas e Hezbollah, e sarebbe dunque funzionale alla battaglia anti-americana ed anti-israeliana che l’Iran sta portando avanti in questo momento in Medio Oriente (e di cui la visita di Ahmadinejad in Libano ha costituito, come abbiamo visto, una tappa fondamentale).
La prima caratteristica permetterebbe all’Iran ed ai suoi alleati iracheni di porre rimedio agli errori del passato. Negli anni scorsi, l’adozione da parte del regime iraniano di politiche eccessivamente settarie in Iraq si è sempre rivelata controproducente per Teheran, come ha dimostrato il declino del filo-iraniano Supremo Consiglio Islamico Iracheno (SIIC), che è stato punito dagli elettori iracheni.
La seconda caratteristica, tuttavia, rischia di far diventare l’Iraq un nuovo fronte nello scontro tra “asse dei moderati” e “asse della resistenza”, dopo la Palestina e il Libano. E’ infatti difficile che paesi arabi “moderati” (e sunniti) come l’Arabia Saudita e l’Egitto – che dell’alleanza con gli Stati Uniti hanno fatto una scelta di campo strategica – possano accettare senza batter ciglio che l’Iraq scivoli verso le posizioni dell’ “asse della resistenza” guidato dall’Iran sciita.
Del resto, se un secondo governo Maliki rappresenterebbe certamente una vittoria per l’Iran ed una sconfitta per Washington, la “libanizzazione” dell’Iraq rappresenta già una vittoria della strategia neocon di Bush, la quale puntava alla “polverizzazione” del mondo arabo ed alla sua frammentazione in una serie di enclave etniche e confessionali in perpetua competizione fra loro.
La battaglia per l’Iraq, e la battaglia per il mondo arabo, sono in pieno svolgimento. Dal loro esito dipenderà il futuro della regione mediorientale.
Fonte:Medarabnews

 

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