La sorpresa Buried: da sottoterra la guerra in Iraq si vede meglio


di Fabio Ferzetti

Che cosa abbiamo visto finora al cinema della guerra in Iraq? Non moltissimo. Film d’azione troppo di genere per essere all’altezza (The Green Zone di Paul Greengrass). Storie postume molto “scritte” e tutte ambientate negli Usa (Nella Valle di Elah di Paul Haggis, ma anche The Messenger-Oltre le regole di Oren Moverman). Pallide imitazioni di grandi film di guerra passati (Jarhead di Sam Mendes). Un saggio sull’ambiguità e l’impossibilità di distinguere vero e falso, documento e simulazione (Redacted di Brian de Palma). Eccetera.
E se nella guerra in Iraq non ci fosse poi molto da vedere, o almeno non molto più di quanto non si sia visto in altri film su altre guerre (eccezione: il fondamentale e frainteso The Hurt Locker di Kathryn Bigelow)? Se l’Iraq, in altre parole, avesse dato al cinema proprio questo: la difficoltà, l’imbarazzo, la consapevolezza che non ci sono immagini “giuste” di una guerra tanto filmata (anche coi cellulari) quanto censurata, controllata, espugnata a priori della sua verità?
Da un’intuizione simile prende le mosse Buried – Sepolto, che è a suo modo proprio un film sull’Iraq anche se non si vede nulla – appunto – perché dal primo all’ultimo fotogramma siamo chiusi insieme al protagonista Ryan Reynolds in una cassa sepolta chissà dove proprio in Iraq.
Non è una scelta da poco, anche politicamente. Rinunciare alle immagini significa svuotarle di significato, diffidarne, disinnescarle. Ma soprattutto è una vera sfida. Chi ha chiuso il contractor (un semplice camionista, non un combattente) in quella cassa? Come potrà convincere qualcuno ad aiutarlo se non ha idea di dove si trovi? E come si fa un film con un attore solo, chiuso in uno spazio angusto con un videotelefonino e un accendino per unici compagni?Lo spagnolo Rodrigo Cortés, che nelle interviste cita l’Hitchcock di Lifeboat e Nodo alla gola, manda allegramente all’aria la verosimiglianza concedendosi di tutto: zoom, carrellate, sapienti effetti di luce. Nella cassa ci sta lui, mica noi, ogni mossa è lecita se giustificata da psicologia e racconto. E poi in fondo basta un cellulare e il mondo intero può entrare fra quelle assi di legno.
Magari ci volevano musiche meno retoriche e Cortés poteva credere almeno un attimo al potere del vuoto, concedersi un tempo morto o un lampo di oscurità reale. Però anche così, con uno script (di Chris Sparling) incalzante come un perfetto radiodramma, Buried “funziona” benone, come certi vecchi episodi di Ai confini della realtà. Anche se il meglio, più che sul piano politico, è nei tocchi di “black comedy”. Le conversazioni surreali con gli operatori dei vari call center sono da antologia dello humour noir. Ma la telefonata più horror viene da un nemico che non concede tregue: il datore di lavoro. In fin dei conti le guerre le fanno quelli come lui.
BURIED – SEPOLTO
(drammatico, Spagna, 94’)
di: Rodrigo Cortés
con: Ryan Reynolds e le voci di Robert Paterson, José Luis García Pérez, Stephen Tobolowsky, Samantha Mathis
Fonte:Il Messaggero

 

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