Iraq: c’è il primo ministro, ma formare il governo è davvero un rebus


di Andrea Mollica

Dopo 7 mesi di stallo il paese che fu di Saddam continuerà ad essere guidato da Al-Maliki. Che ha solo 30 giorni di tempo per dar vita ad un nuovo esecutivo. Per farlo deve risolvere un enigma dalle mille contraddizioni.
Il 7 marzo scorso si sono svolte le terze consultazioni parlamentari dalla fine del regime di Saddam Hussein. Le elezioni del 2010 erano state valutate da molti osservatori come il definitivo momento di svolta del Paese, dopo la lunghissima e sanguinosa transizione verso la democrazia. Le contrapposizioni tra i gruppi etnici non sono però sparite, e hanno bloccato per quasi 7 mesi la formazione di un nuovo governo. Al-Maliki, primo ministro dal 2006, ha trovato un accordo per proseguire il suo mandato, ma la mancanza di rappresentanza del blocco sunnita, uscito vincitore dalle consultazioni, ha immediatamente gettato più di un’ombra sulla partenza del nuovo esecutivo.
INTESA CON IL CAPO RIVOLTA – Dopo uno stallo record per le democrazie parlamentari la spinta decisiva per il nuovo mandato ad al-Maliki è arrivato Muqtada al-Sadr, la guida spirituale di una parte della ribellione sciita all’occupazione americana. Nel 2006 Al-Sadr aveva già sostenuto e poi rotto l’accordo con il primo ministro al-Maliki, quando il primo governo iracheno guidato da uno sciita era nato da pochi mesi. A inizio 2008 al-Maliki aveva lanciato attacchi militari contro la milizia sadrista, l’esercito del Mahdi, e da allora la rottura era apparsa irrecuperabile. Senza i seggi di Sadr, che controlla circa 40 dei 70 parlamentari dell’Alleanza Nazionale Irachena, al-Maliki però non avrebbe mai potuto formare un governo con il solo appoggio del blocco sciita, la cui lista principale, Stato di Diritto, era arrivata seconda nelle elezioni di marzo.
ACCORDO PERICOLOSO – Dopo una lunga lotta intestina al Sadr ha dunque accettato di collaborare con Maliki, ma i dubbi su quali siano le condizioni della nuova intesa inquietando molti osservatori, americani in primis. I sadristi occuperanno molti posti nel nuovo governo, e potrebbero addirittura esprimere un ministro nell’ambito delle forze di sicurezza. Una prospettiva sicuramente pericolosa per gli equilibri etnici del Paese, alla luce del passato anti sunnita dell’esercito del Mahdi. Una milizia armata che dopo essersi illegalmente per molti anni verrà incorporata nell’apparato di sicurezza statale. La tenuta dell’accordo rimane però fortemente in dubbio, sia per il passato più che burrascoso tra i sadristi e il governo Malaki, sia per una possibile reazione sunnita. Senza contare lo spostamento verso l’Iran che una coalizione dominata dagli sciiti, e da alcuni degli elementi più radicali di questa fazione religiosa, inevitabilmente produrrebbe.
AMERICA INQUIETA – La fase di ritiro delle truppe americane si è da poco conclusa, anche se le forze militari stanziali sono ancora significative. Gli Stati Uniti puntavano su un coinvolgimento maggiore dei sunniti, la cui lista al Irqaqiya era diventata il primo partito nelle elezioni 2010 dopo il parziale boicottaggio delle precedenti legislative. Allawi, leader nazionale dal profilo fortemente anti iraniano, sarebbe stata la naturale prima scelta dell’Amministrazione Obama, che ha comunque appoggiato al-Malaki nel suo tentativo di rimanere il potere. L’evidente pressioni del clero sciita, molto legato all’Iran, inquietano senza dubbio gli statunitensi, desiderosi di una formazione delle forze di sicurezze il più possibile lontana dall’influenza di Teheran. I sadrisiti sono sempre stati oppositori dell’occupazione americana, anche militarmente, anche se il loro consenso deriva da fattori locali. All’inizio della rivolta contro l’esercito statunitense le posizioni di al-Sadr erano fortemente anti iraniane, ma dopo la sua fuga, costretta dalle bombe statunitensi, nella città di Qom è iniziato un progressivo avvicinamento al clero di Teheran.
I CURDI APPROVANO – La ricomposizione del blocco sciita, ottenuta grazie alla nuova e sorprendente intesa tra i sadristi e il primo ministro Malaki, non avrebbe comunque una maggioranza senza il coinvolgimento dell’Alleanza per il Kurdistan, il partito che rappresenta la minoranza curda. L’Alleanza, conosciuta anche come lista della fratellanza, cerca un accordo con Bagdad per ridefinire i poteri del governo della confederazione curda, l’entità territoriale che riunisce le tre province di Dohuk, Sulaymaniya and Irbil. Obiettivo strategico del movimento autonomista è un referendum per far entrare anche la provincia di Kirkurk, ricca di petrolio, nella confederazione curda. Da tempo al-Maliki era l’opzione preferita dei leader curdi. Una riedizione dell’alleanza tra sciiti e curdi rimetterebbe però in dubbio gli equilibri etnici ed economici del Paese, visto che proprio l’esclusione dei sunniti dal governo fu una delle cause scatenanti la guerra civile del 2006/2007, fermata grazie al massiccio dispiegamento delle forze militari americane. Non solo la minoranza sunnita si vedrebbe esclusa dal governo centrale del Paese che ha dominato per più di un millennio, ma grazie alla nuova costituzione che permette una gestione decentralizzata delle risorse petrolifere subirebbe anche un notevole arretramento sociale. I territori sciiti e curdi sono quelli dove sono concentrate i ricchi campi di petrolio, un tempo controllati dal governo centrale in mano sunnita.
L’ESERCITO GIA’ SI E’ MOSSO – Secondo il corrispondente di Time Magazine la situazione sul fronte sunnita è già incandescente. Una possibile marginalizzazione della minoranza potrebbe suscitare sentimenti di rivolta, e nei luoghi caldi dell’insurrezione di quattro anni fa l’esercito iracheno ha già rafforzato le sue attività. Nella provincia di Anbar sono drasticamente aumentate le attività di controllo e di pattugliamento dopo l’annuncio dell’accordo tra al Sadr e al Maliki. Secondo Mohammed al-Shabib, appartenente alla potente tribù Issawi di Falluja, l’immediata mobilitazione delle truppe irachene significa : “Siamo qui, vi stiamo guardando, non fatevi venire idee“. Secondo Shabib i militari che provengono da altri territori iracheni inquietano i suoi corregionali, ed eventuali scontri o uccisioni casuali potrebbe accendere il focolaio della rivolta. In Iraq le elezioni di 7 mesi fa sembravano il primo passo verso la piena pacificazione delle due etnie principali del Paese, ma la situazione sul campo è ancora difficile e questa volta le truppe americane non potranno più intervenire. E ieri è arrivata la revisione al rialzo delle stime su quanto petrolio sia custodito nel sottosuolo iracheno. Secondo il ministro Shahristani in Iraq ci sarebbero più di 143 miliardi di barili di petrolio, un incremento del 25% rispetto alle stime precedenti. La revisione ha generato scetticismo tra gli esperti del settore, a causa dell’evidente mossa politica che si cela dietro l’annuncio.
SUNNITI IN BILICO – Nel weekend il governatore della provincia di Nevah, il sunnita al-Nujaifi, ha dichiarato all’Associated Press che un eventuale governo Maliki provocherebbe un tradimento del risultato elettorale,visto che la lista di Allawi era arrivata al primo posto, causando la fine del processo democratico in Iraq. Parole di fuoco, che però nasconderebbero una mossa tattica della lista Allawi. Secondo il Washington Post domenica 3 ottobre si sarebbe trovato un accordo tra i sadristi e gli esponenti di Iraqiya. I parlamentari legati al religioso sciita e il blocco sunnita appoggeranno il governo Maliki se Allawi diventerà il nuovo presidente della repubblica. Questa carica acquisirebbe, nell’intesa trovata, anche un ruolo più politico, superando l’attuale funzione pressoché cerimoniale. Un presidente Allawi avrebbe competenze anche in settori strategici come l’energia o le forze di sicurezza. Un simile esito farebbe sospirare anche gli Stati Uniti, che avevano puntato tutto sul coinvolgimento dei sunniti nel nuovo governo iracheno. Ma un possibile accordo tra le due etnie islamiche potrebbe escludere i curdi, che attualmente esprimo il presidente della repubblica, e una deriva autonomista di questa minoranza potrebbe mutare gli equilibri con la Turchia. Il risiko iracheno continuerà ancora per un mese, visto che secondo la Costituzione il primo ministro indicato ha solo 30 giorni per formare un nuovo governo e chiederne la fiducia al Parlamento. Una corsa contro il tempo il cui esito appare ancora tutto da scrivere.
Fonte:Giornalettismo.it

 

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