Gli americani si ritirano ma restano in Iraq – L’ANALISI

Aggiornato il 03/05/18 at 04:37 pm


di Gianandrea Gaiani
Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto “Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane”. Al di là della retorica del “tutti a casa” se si osserva con pragmatismo il ritiro delle truppe da combattimento statunitensi dall’Iraq emerge con evidenza il fatto che gli americani non se ne andranno in realtà dal Paese mediorientale ancora per molti anni.
Fino a tutto il 2011 resteranno a Baghdad e dintorni 50 mila militari a stelle e strisce per il supporto e l’addestramento delle truppe irachene. Cinquantamila è un numero elevatissimo se si considera che non si tratta di forze destinate al combattimento. Un contingente più numeroso di quello schierato a tempo pieno in Corea del Sud e inferiore di poco al numero di militari americani dislocati in Europa.
Le preoccupazioni dei vertici militari e politici iracheni per la fine della presenza statunitense, riguardano infatti il post 2011, quando anche questi ultimi militari statunitensi verranno probabilmente rimpatriati Qualche dubbio in proposito è lecito considerato che l’ex ambasciatore a Baghdad, Ryan Crocker, ha dichiarato che “ non saremo certo noi a prendere decisioni unilaterali. Se gli iracheni ci chiederanno di rivedere insieme il periodo post-2011 sarà nel nostro interesse strategico ascoltarli“
L’ipotesi di rivedere gli accordi bilaterali del novembre 2008 non è quindi così improbabile, specie in presenza di difficili condizioni di sicurezza e di minacce di destabilizzazione dall’esterno (Siria, Iran, Turchia). Washington per ora ha pianificato di rimpiazzare dal 2012 i militari con almeno 7 mila contractors delle Private Military Companies .
Un piccolo esercito equipaggiato con una trentina di elicotteri, 60 blindati antimina Mrap, velivoli teleguidati con i quali presidiare l’ambasciata-fortezza di Baghdad, altre quattro sedi diplomatiche a Bassora, Mosul, Irbil e Kirkuk e addestrare la polizia irachena.
Un programma dal costo di un paio di miliardi di dollari l’anno che prevede anche il presidio di alcune basi militari e aeroporti iracheni da utilizzare in caso di emergenza per far affluire rapidamente truppe statunitensi in Iraq e sui quali verranno stoccate armi, mezzi ed equipaggiamenti. I militari statunitensi lo chiamano “pre-posizionamento” e lo applicarono già in Kuwait e presso altri Paesi alleati allo scopo di velocizzare i tempi di risposta. Con i mezzi e le armi già pronte all’uso occorre inviare solo i militari con un rapido ponte aereo.
Resteranno in Iraq anche molti soldati e tecnici civili che si occuperanno di gestire i molti mezzi pesanti in arrivo per equipaggiare l’esercito iracheno: carri armati Abrams, blindati Stryker, jet F-16 per un valore di 6,4 miliardi di dollari.
Fonte:Panorama

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