PEGGIORANO LE CONDIZIONI DELLA PRIGIONIERA CURDA ZEYNAB JALALIAN

di Gianni Sertori — Non dico che l’abbiano creato e fatto circolare appositamente, ma sicuramente il Covid-19 si sta rivelando alquanto funzionale al potere (comunque inteso, sia economico che politico). In particolare nell’eliminazione fisica dei soggetti “non produttivi” (stando ovviamente ai parametri del capitalismo: anziani, poveri, marginali, malati, senza tetto…), delle minoranze comunque scomode (nativi del continente americano, sia a nord – vedi nelle riserve degli USA – sia a sud- vedi in Amazzonia) e ovviamente dei prigionieri politici. Emblematico che in Turchia siano stati rimessi in libertà (anche se provvisoria) fior fiore di delinquenti mentre rimanevano in galera i militanti curdi e della sinistra rivoluzionaria turca.

Ovviamente – o almeno si presume – la stessa politica viene adottata da altri regimi.

Della prigioniera politica curda Zeynab Jalalian, detenuta in Iran, si era già parlato nell’estate scorsa all’epoca del suo sciopero della fame per essere riportata nella prigione di Khoy.

Oggi il suo caso torna alla ribalta in quanto, malata appunto di Covid19, il 10 ottobre è stata trasferita dalla sezione femminile della prigione di Kermashan alla prigione di Yazd. In soli sei mesi è questo il quarto suo trasferimento.

Arrestata nel 2008, era stata condannata a morte nel gennaio 2009 (due anni dopo la pena venne mutata in ergastolo) per presunta appartenenza al PJAK (Partiya Jiyana Azad a Kurdistane – Partito per una vita libera in Kurdistan)

La notizia dell’ennesimo trasferimento ha potuto darla ai familiari nel corso di una brevissima telefonata – due minuti – durante la quale ha anche informato il padre di essere stata nuovamente minacciata di torture.

Prima di Kermanshah, per circa tre mesi era stata rinchiusa in un carcere a oltre mille chilometri di distanza da dove vivono i suoi familiari. Con tutte le immaginabili difficoltà per poterla visitare (uno scenario tristemente noto ai familiari dei prigionieri politici turchi così come a quelli baschi). Prima ancora, fino all’aprile 2020, si trovava nella prigione di Qarchak a Varamin, non lontano da Teheran e a Khoy.

Nel corso di tali trasferimenti era stata contagiata dal virus e – a causa delle catene – aveva riportato ferite ai polsi e alle caviglie. Ferite che – non essendo mai state curate – le causano acute sofferenze.

Le attuali condizioni di salute di Zeynab Jalalian sono tali da suscitare preoccupazione. Soffre di gravi infezioni, di problemi renali e sta perdendo la vista. Si tratta quindi di un soggetto a rischio in quanto il Covid19 risulta particolarmente pericoloso per la vita delle persone già colpite da altre patologie.

Tuttavia le autorità carcerarie iraniane le rifiutano qualsiasi visita specialistica così come di venir curata fuori dal carcere.

In compenso, come ad altri prigionieri politici, le è stata offerta la possibilità di un pubblico pentimento (alla televisione). In cambio, forse, di cure più adeguate. Un metodo che inevitabilmente ricorda quelli della Inquisizione. Le numerose campagne a sostegno di Zeynab, purtroppo, finora non sembrano aver portato a nessun miglioramento della sua situazione.

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