IL KURDISTAN IRACHENO A TRE ANNI DAL REFERENDUM di Giavonni Domaschio per http://www.magzine.it/

Esattamente tre anni fa, il 25 settembre 2017, si teneva nel Kurdistan iracheno un referendum per l’indipendenza della regione, autonoma ma formalmente parte dello Stato iracheno. Le votazioni hanno visto il sì trionfare, con il quasi il 93% di sì. Per i curdi iracheni, che ancora oggi vivono divisi dai confini di Siria, Turchia, Iraq e Iran, questo risultato rappresentava una luce di speranza: un Kurdistan iracheno indipendente, pur non tanto esteso quanto la reale estensione dei territori a maggioranza curda, avrebbe potuto difendere gli interessi di tutti i curdi a livello internazionale, ma nulla di ciò è mai avvenuto. Abbiamo parlato di quest’occasione mancata e dell’attuale situazione che la comunità curda sta vivendo con Shorsh Surme, giornalista curdo iracheno, già responsabile culturale e presidente della Comunità curda in Italia.

 Il referendum parlava di indipendenza, ma al momento sembra uno scenario ancora molto lontano. Cosa è successo?

L’idea alla base del referendum era uscire dalla logica del trattato Sykes-Picot, con cui nel 1916 Francia e Inghilterra hanno tracciato i confini mediorientali senza curarsi del popolo curdo. La speranza era che ci potesse essere un appoggio da parte dell’Occidente visti anche gli sforzi bellici dei curdi contro l’Isis in Iraq. In un altro caso d’indipendentismo di recente memoria, quello del Kosovo, il riconoscimento da parte di tutti gli stati europei, esclusi Grecia e Serbia, arrivò nel giro di 48 ore. Nel caso del Kurdistan, invece, non è mai arrivato.

In questi tre anni sono stati fatti dei passi avanti nelle trattative tra il Kurdistan iracheno ed il governo centrale? Quali interessi trattengono il governo di Baghdad dal concedere maggiore autonomia alla regione autonoma curda?

La trattativa è in corso, ma è un processo molto lungo e complicato. Il primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi si è recentemente recato in Kurdistan proprio per portare avanti la trattativa. Il punto critico riguarda un articolo della costituzione irachena, il 140, che restituirebbe ai curdi le zone arabizzate e tolte al Kurdistan, tra cui la città di Kirkuk, ricca di petrolio. Se applicato, sarebbe di enorme aiuto dal punto di vista economico al Kurdistan, che potrebbe vendere il petrolio estratto sul proprio territorio e dare una percentuale al governo centrale iracheno, mentre al momento accade il contrario. Il problema nel trattare con Baghdad è anche che negli ultimi anni il governo è diventato politicamente dipendente dall’Iran, ostile ai curdi tanto quanto la Turchia di Erdogan.

La popolazione vorrebbe che venissero tagliati i legami con Baghdad che spesso non manda i soldi al governo regionale. Il Coronavirus complica molto la situazione, perché non si può più protestare in piazza come si poteva fare in precedenza.

Proprio parlando di Erdogan, come è recepito dalla comunità curda l’atteggiamento conciliante di Nechirvan Barzani, presidente del Kurdistan iracheno, nei confronti del leader turco?

Il fatto è di natura non politica ma economica. Erdogan investe molto denaro nel Kurdistan iracheno, la cui sopravvivenza, in assenza di alleati vicini e di appoggio internazionale, è difficile. D’altro canto, tuttavia, con il pretesto di attaccare le basi del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, i bombardamenti di Ankara contro il Kurdistan iracheno continuano. Questo crea una dolorosa divisione tra tutta la comunità curda, ed in particolare tra il PKK ed il Partito Democratico del Kurdistan, di cui Barzani è esponente.

In questa situazione già molto complessa si inserisce ora anche l’emergenza Coronavirus. Quanto la pandemia ha frenato le battaglie sociali dei curdi, ora che non è più possibile attuare proteste di piazza?

Questo è un aspetto abbastanza problematico. Quando in Italia si era nel pieno della pandemia, le televisioni curde mi interpellavano pensando che il Covid non sarebbe mai arrivato in Kurdistan. Adesso invece lì la situazione è abbastanza drammatica, anche perché non ci sono le condizioni sanitarie adeguate, e i focolai sono tanti. Il malcontento, da quando c’è un governo e un parlamento regionale curdo, non è mai mancato, perché c’è sempre più squilibrio economico, e la popolazione vorrebbe che venissero tagliati i legami con Baghdad, che spesso non manda i soldi al governo regionale. Questo virus complica molto la situazione, perché non si può più protestare come si poteva fare in precedenza. Inoltre, a differenza che in Italia, in Kurdistan sono soprattutto i giovani che stanno morendo, tanto che l’OMS ha mandato una delegazione per indagare su questo fatto. La gente ne è consapevole, e anche questo fattore frena molto le proteste.

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