IRAQ. IL CROLLO DEL PREZZO DEL PETROLIO RAPPRESENTA UNA MAZZATA PER I BILANCI DELLO STATO

di Shorsh Surme –Sono molti paesi che dipendono dai proventi del petrolio per la finanza e per far andare avanti il motore della pubblica amministrazione. In un paese come l’Iraq, per il quale l’unica entrata è petrolio e che si trova in un momento di disordini sociali, la caduta del prezzo del petrolio ricade sulla povera gente in tutta, come avviene in tutto il Medio Oriente.
In Iraq, dove le entrate petrolifere finanziano il 90% del bilancio nazionale, il governo sta prendendo in considerazione tagli alle prestazioni sociali per coprire la perdita come pure la riduzione degli stipendi dei milioni di dipendenti pubblici, già penalizzati in quanto ricevevano la paga ogni due o tre mesi.
Un altro paese che non aveva mai conosciuto una crisi del genere è l’Arabia Saudita, che dovrà probabilmente ritardare i suoi megaprogetti ma soprattutto saldare i 211 miliardi agli Usa per gli armamenti acquistati tra 2018 e 2019. Il ribasso del prezzo di petrolio è inoltre un duro colpo per l’Egitto e per il Libano, dal momento che sono calate le rimesse dei lavoratori impiegati nel Golfo.
Secondo il Fondo monetario internazionale, le economie di tutti gli esportatori di petrolio del Golfo Persico dovrebbero subire una contrazione del 5% del Pil, specie nel caso dell’Iraq. Alcuni paesi del Golfo possono fare affidamento su una di riserve di valuta estera, ma è indubbio che nel caso dell’Iraq il bilancio statale sia destinato a subire un duro colpo. L’Iraq è stato scosso negli ultimi mesi dalle manifestazioni e dagli scontri di una popolazione arrabbiata per l’economia debole e la corruzione dilagante, ed i tumulto potrebbe scoppiare di nuovo. Le riduzioni della spesa comporteranno ulteriori sofferenze per una popolazione già alle prese con le restrizioni del coronavirus

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