TERRORE DI STATO IN AFRIN

(Gianni Sartori) da Afrin – invasa e occupata dall’esercito turco e dalle milizie mercenarie – giungono ancora notizie di sequestri, maltrattamenti e torture ai danni della popolazione curda. Altre informazioni provengono dai racconti di coloro che sono riusciti a fuggire raggiungendo qualche campo profughi.

Il 24 settembre è avvenuto l’ennesimo inquietante episodio, quando il gruppo islamico “Sultan Murad”, legato allo Stato turco, ha prelevato sei civili dal villaggio di Qurt Qilad (distretto di Shera).

Questi i loro nomi: Mihemed Quma Ehmed, Mihemed Ehmed Reso,  Omer Sahin Moso, Mustafa Abdulqadir Sex Ehmed, Issam Menam Moso e Henan Mihemed Muslin. Sempre il giorno 24 si registravano due rapimenti di studenti (Leyal Deri e Beyan Hemo). In questo caso potrebbe trattarsi dell’opera di una delle bande criminali che imperversano, con il consenso delle forze di occupazione, nella città martoriata.

Tra agosto e settembre sono state oltre 140 le persone rapite, tra cui una trentina di donne. Ovviamente non di tutti i casi si viene a conoscenza, soprattutto quando i sequestri sono opera dei servizi segreti turchi. In particolare le bande jihadiste usano il sequestro per ricattare le famiglie chiedendo un riscatto, ma in molti casi la persona rapita resta desaparecida anche a pagamento avvenuto.

Da parte sua la “polizia militare” si dedica al sequestro di denaro, beni e mezzi di trasporto della popolazione che viene fermata ai posti di blocco.

Recentemente “Rete Kurdistan” ha pubblicato l’ennesima testimonianza raccolta dall’agenzia ANHA.

Ebdo Omer, sequestrato dai miliziani, ha raccontato di essere stato a lungo torturato e di aver assistito alle torture inflitte ad altri civili imprigionati. Ha inoltre voluto testimoniare in merito alla morte di alcuni prigionieri – rinchiusi nelle stesse prigioni, prima di Kefer Zité, poi di al-Rai – sia per tortura che per fame.

Torturato già in strada al momento della cattura (al punto di provocarne lo svenimento) Ebdo Omer venne successivamente appeso ad un gancio e picchiato con un grosso tubo. Dato che non poteva, anche se avesse voluto, fornire ai suoi carcerieri le informazioni richieste (le posizioni della guerriglia) sulle sue ferite venne versato sale. Come conseguenza delle botte ora non è più in grado di utilizzare il braccio sinistro. E comunque può dire che gli è andata ancora bene. Perlomeno rispetto ad altri prigionieri deceduti a causa delle torture, assassinati o semplicemente scomparsi senza lasciare traccia.

Un quadro generale che la politologa tedesca, specialista in Turchia, Elke Dangeleit ha interpretato come una “pulizia etnica pianificata contro i curdi in Siria”.

Prosegue intanto anche l’opera di devastazione ambientale per mano dell’esercito turco con l’incendio delle foreste, in particolare nel distretto di Mabata. Le bande integraliste invece hanno abbattuto decine e decine di alberi in quello di Rajo.

Questo per quanto riguarda i territori curdi all’interno dello stato siriano, al momento invasi e occupati da Ankara.

In Rojhilat (territori curdi sotto amministrazione iraniana), sempre in questi giorni, sono state eseguite altre condanne a morte contro persone curde.

Il 26 settembre, nella prigione di Sanandaj (Sine) è stata impiccata, dopo aver trascorso cinque anni nel braccio della morte, Leyla Zarafshan. Stando a quanto comunicato da Zarafshan (Organizzazione per i diritti umani) la donna sarebbe stata condannata in quanto ritenuta responsabile della morte del marito.

Altri quattro detenuti curdi, in carcere per reati comuni, sarebbero stati impiccati il 25 settembre a Urmia (Azerbajan occidentale, Iran).

 

 

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