Kurdistan: le prossime elezioni e la rivoluzione rimandata

di Fernando D’Aniello – Per ISPI – Le elezioni parlamentari nella Regione autonoma curda potrebbero tenersi il 30 settembre (come ufficializzato anche dalla Commissione elettorale) o qualche mese dopo. Ma questa, a questo punto, è una questione di importanza secondaria. Le opposizioni, per ora, sono certe del rinvio: la ragione è nella richiesta esplicita dell’Unione patriottica del Kurdistan (UPK) che, dopo la morte del suo storico leader Jalal Talabani (1933-2017), fatica a trovare una figura carismatica di riferimento ed è oggetto di continue scissioni. Mas’ud Barzani lo sa e, dopo il successo alle elezioni per il parlamento federale di Baghdad, sa di poter ottenere con il suo Partito democratico del Kurdistan una maggioranza anche nelle elezioni della Regione. Un successo, dopo l’umiliazione del referendum dello scorso settembre.

È fuor di dubbio che le istituzioni curde necessitino di una rilegittimazione: le ultime elezioni parlamentari si sono tenute nel 2013 ma il Parlamento è stato bloccato per anni. La presidenza della Regione, dopo ben quattro anni di rinnovi (secondo alcuni illegittimi), è al momento vacante, dopo le dimissioni di Barzani. Le elezioni sono, dunque, un passaggio indispensabile, ma probabilmente insufficiente data la persistenza della crisi tra le forze politiche curde e la divisione tra Erbil e Suleimaniyya, una divisione ancor più radicale di quella tra la Regione autonoma e il governo federale.

Solo un’ipotesi di riconciliazione nazionale potrebbe determinare un nuovo inizio, ma al momento questa ipotesi è molto lontana dalla realtà: del resto la crisi dell’UPK e la conseguente frantumazione del blocco antagonista al Partito Democratico del Kurdistan (PDK) rischia di indebolire irrimediabilmente le opposizioni favorendone ancora una volta l’egemonia.

L’opposizione a Barzani, infatti, è estremamente divisa: a Gorran, partito nato nel 2009, si è affiancato dallo scorso anno Newey Nwe, Nuova generazione, fondato dal ricco costruttore edilizio Shaswar Abdulwahid, e la Coalizione per la democrazia e la giustizia di Barham Salih, ex primo ministro curdo, anch’essa uscita dall’UPK. Oltre ai tre partiti islamisti, per ora non particolarmente rilevanti sotto il profilo elettorale.

Come hanno dimostrato le elezioni irachene del maggio scorso, dove – nonostante il risultato finale dovrà essere corretto in ragione del riconteggio dei voti disposto dal Tribunale supremo federale – il PDK di Barzani si è confermato prima forza curda. Il rischio che anche le prossime elezioni curde certifichino e cristallizzino questa crisi è consistente.

Il protrarsi di uno stallo politico e la conseguente divisione de facto della Regione rappresenterebbe una seria ipoteca sullo sviluppo del Kurdistan meridionale, cosa che renderebbe ulteriormente complicata la stabilizzazione dell’intera aerea.

Chiunque vincerà le prossime elezioni, necessarie per ridare legittimità e credibilità alle istituzioni curde, dovrà preoccuparsi di dare risposta a questioni di una certa urgenza:

1. Innanzitutto la forma di governo della Regione stessa: (ri)dare al Parlamento la sua centralità e sciogliere il nodo della figura del Presidente della regione. Centralità del Parlamento significa, innanzitutto, definire un accordo fra i vari gruppi parlamentari che superi l’attuale divisione, passo indispensabile per uscire dalla crisi. Il governo della Regione necessita dell’accordo tra tutte le componenti curde e il pieno funzionamento del Parlamento. L’applicazione della Costituzione irachena prevede, inoltre, l’obbligo di approvare una Costituzione per la stessa regione: negli ultimi 12 anni sono stati realizzati ben due progetti ma nessuno di questi è stato approvato.

2. Il rapporto con Baghdad va messo al centro del prossimo lavoro parlamentare. Dopo il referendum, Governo Regionale Curdo (KRG) e Stato federale devono tornare al tavolo delle trattative. La questione dell’indipendenza va, al momento, accantonata e sostituita dall‘intesa sui finanziamenti per la regione, lo sfruttamento delle risorse naturali su solide base giuridiche e, infine, la definizione di uno status accettabile per i territori contesi. Su questo aspetto la presenza delle milizie sciite di Mobilitazione popolare è indubbiamente l’elemento che più di tutti preoccupa la Regione. La collaborazione per una stabile soluzione del problema può essere individuata solo tramite una negoziazione tra una Regione curda unita e Baghdad.

3. La dipendenza dell’economia dal petrolio è una delle cause della crisi della Regione, segnalata da diversi anni anche dalla Banca mondiale. La necessità di una diversificazione dell’economia e di una sua modernizzazione, in particolare tramite investimenti nelle infrastrutture (ad esempio la gestione idrica) e nel completamento della rete stradale, rappresentano un passo decisivo.

4. Indubbiamente la questione relativa ai diritti di estrazione del petrolio resta quella più spinosa, perché è decisiva anche per il futuro dei territori contesi e di Kirkuk. Sino a oggi la Regione autonoma ha provato a utilizzare la vendita del greggio come espressione della sua politica estera, tramite una tela di relazioni con altre potenze, come ad esempio la Turchia, l’Iran, la Russia: tuttavia, come il caso del referendum ha dimostrato, questi rapporti bilaterali non sono certo così solidi da garantire il pieno soddisfacimento degli interessi nazionali curdi, mentre appaiono semplicemente delle chiavi tattiche di breve durata in funzione anti-irachena. Ma la vendita dei diritti sulle estrazioni dovrebbe costituire anche il fondamento dell’indipendenza economica, prima, e politica, poi, da Baghdad. Tuttavia, in questi termini, la questione non può essere risolta perché affida al prezzo del greggio – nonché ai progetti energetici di altri Stati – il futuro del Kurdistan, che non dispone delle risorse necessarie per poter trattare adeguatamente con le potenze regionali e rischia di ottenere, nel lungo periodo, ben poco dalla sua felice posizione geografica (di transito tra diverse oleodotti). La soluzione può essere trovata solo d’intesa con il governo federale, superando la sfiducia storica tra i due governi e quella manifestasti dopo il referendum con la violenta reazione irachena.

Per quanto sia rintracciabile nelle scelte di politica economica sin qui seguite una (persino eccessiva) attenzione ai soggetti provati stranieri, appare, tuttavia, errato fare dell’impostazione neoliberista l’elemento centrale della crisi della Regione. Questa va individuata in due elementi:

Innanzitutto, la scelta dell’élite politica curda di fare del petrolio la chiave verso l’indipendenza: è la questione nazionale (meglio: la sua sottomissione a interessi di parte, in questo caso quelli politicamente egemonici nella Regione) che muove le scelte politiche di Erbil e che ha determinato una politica economica liberista e particolarmente vicina agli interessi degli investitori stranieri.

In secondo luogo, va ricordata la persistente divisione di tutte le strutture (istituzionali, politiche ed economiche) tra i due poli di Erbil/Dohuk e Suleimaniyya. Questa divisione impedisce la fondazione e lo sviluppo di istituzioni autenticamente nazionali o statuali. È stato così per l’esercito e continua a essere così anche per lo sfruttamento delle risorse naturali e per la gestione dei rapporti con Baghdad.

Si badi che questa non è la riproposizione di una visione della Regione come “arretrata” o incapace di esprimere istituzioni compiutamente “moderne” perché ancora legata a logiche tribali. Tutt’altro: il motivo per cui il PDK, ad esempio, conserva una sua indubbia centralità e un suo consenso, è da ricercare proprio nella capacità di continuare a soddisfare i bisogni (lavoro, sicurezza, etc.) della maggioranza della popolazione, meglio: di esercitare una sua egemonia.

In queste condizioni, non è immaginabile un’alterazione repentina dell’attuale sistema proprio per la capacità del sistema egemone di rispondere alla domanda che proviene della popolazione. Gli accordi con il governo di Baghdad o con quello di Ankara, come già in passato, permettono al PDK di continuare a disporre delle risorse (politiche, economiche, diplomatiche) necessarie a perseverare in queste politiche. Tuttavia – l’esempio dell’Unione patriottica lo dimostra – anche il PDK dovrà, prima o poi, fare i conti con la necessità di un ricambio generazionale e, di conseguenza, con una radicale trasformazione della propria struttura interna. Ecco perché, nonostante tutto, le prossime elezioni rappresentano un momento di estremo interesse.

Fonte: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/kurdistan-le-prossime-elezioni-e-la-rivoluzione-rimandata-21196

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